PARTE SECONDA

 

 

 

 

Purtroppo mi ritrovai a un tempo, vescovo di Autun e delegato agli Stati Generali e mi allontanai dalla retta via fino a diventare un apostata!

La nazione era divisa in tre classi, o ordini: il clero, la nobiltà e la plebe, che per civiltà veniva indicata col nome di Terzo Stato. Il voto era per ordini, dovendosi limitare la preponderanza numerica del Terzo. Sfortunatamente Necker convinse il re a raddoppiare quello del Terzo.

Gli eletti erano così divisi:

- il Clero: 318 deputati, tra cui 205 curati,

- la Nobiltà: 275 deputati, tra cui 266 gentiluomini di spada e 19 magistrati,

- il Terzo Stato, tra cui: 15 nobili, 29 magistrati municipali, 2 magistrati dei Tribunali superiori, 58 ufficiali giudiziari, 214 avvocati, 178 possidenti e negozianti, 12 medici, 5 finanzieri, 4 letterati. Totale 593. Totale generale: 1214 deputati.

Tra i deputati in vista segnalo Mirabeau che, come persona straordinaria, si scelse da sé il proprio posto. Udito dalla Tribuna, sembrava un sanculotto, ma nel privato era un vero signore! Egli prese del denaro dal re, ma non fu il prezzo del tradimento, bensì l’emolumento giornaliero di una splendida esistenza. Egli, infatti, con la sua condotta cercò sempre o maggiori benefici per tutti, o di schivare i maneggi contro il re.

Ricorderò Bailly, celebre astronomo prestato alla politica, cercò con onore di adempiere ai suoi compiti, spesso però senza utili risultati.

Conobbi anche Massimiliano Robespierre, ma quanta differenza tra l’uomo del 1789 e quello del 1793. Agli Stati Generali il suo mederantismo gli accattivava sempre più simpatie.

Proprio con Mirabeau e Robespierre fui invitato a pranzo dal duca d’Orleans alle Mousseaux, sua residenza di campagna, il giorno 3 maggio 1789, due giorni cioè prima dell’apertura dell’Assemblea.

 

(Village de Mousseaux)

 

Il duca aveva un colorito rossastro, frutto delle sue avventure galanti, ma fu un ottimo padrone di casa. Si discusse del futuro e Mirabeau mi invitò a pranza a casa sua. Mi disse chiaro e tondo che cosa sarebbe successo: la Chiesa sarebbe stata spogliata di ogni suo avere, per il semplice fatto che era l’unica a possedere beni, il re avrebbe perso il suo trono!

Discutemmo su chi potesse ricevere il trono di Francia, lui mi propose il duca d’Orleans ed io gli riferii il colloquio che avevo avuto con il duca, si preoccupava solo di rimanere senza soldi ed in miseria! Mirabeau alzò le spalle e mi disse che non ne vedeva altri!

Ebbi un abboccamento anche con Monsieur, il conte di Provenza, fratello del re, che mi disse chiaramente voler succedere, in una probabile Reggenza, a Luigi XVI. Finsi di essere d’accordo, tanto che per oltre 15 giorni egli diffuse tra i suoi amici la mia determinazione ad aiutarlo in questo progetto!

La Rivoluzione intanto andava avanti ed io portavo, della mia fazione, parecchi personaggi agli altri che già si erano uniti in Assemblea Nazionale.

All’Hotel de Ville cresceva un contropotere all’Assemblea, con la nomina a sindaco di Bailly ed a comandante della milizia cittadina, o Guardia Nazionale, Lafayette.

Il conte d’Artois promuoveva una specie di contro-rivoluzione, facendo dimettere Necker e chiedendo aiuto all’esercito, ma il principe di Lambesc, comandante della piazza, non riusciva a reprimere una sommossa scoppiata nella capitale e comunicava a Versailles essere tutto perduto!

Le notti dall’11 al 14 luglio tutte le strade rimasero illuminate a giorno, ma come poteva il popolo vincere se le artiglierie della Bastiglia erano sempre là pronte a sparare su di  esso? E così la Bastiglia fu assaltata e distrutta.

De Launay, governatore della Bastiglia, fu il primo assassinato, seguirono Flesselles, prevosto dei mercanti, reo di aver scritto a De Launay un biglietto in cui dichiarava che mentre imbrogliava i cittadini promettendo loro falsamente di fornire armi, in realtà diceva di resistere e che avrebbe mandato soccorsi…

Il Palazzo provò terrore a sentire di questi avvenimenti.

Tutti cercavano di conoscere o di trovare qualcuno del Terzo Stato per avere un’illusione di protezione!

I principi scapparono: Artois, Provenza, il principe e la principessa di Condè, il principe di Contì, il duca di Borbone, padre del duca d’Enghien.

Necker fu richiamato ed il re mi mandò a cercare tramite il suo primo cameriere, Thierry. Quale fu la mia meraviglia nel vedere che era presente anche la regina.

Feci il quadro esatto della situazione e spiegai al re ed alla regina che la monarchia di diritto divino non esisteva più, essendo la sovranità solo nell’Assemblea e che il re avrebbe ricevuto un appannaggio per il suo mantenimento. La regina mi fece osservare che questo significava essere un impiegato! Comunque ci lasciammo con la loro preghiera di non danneggiarli!

Collaborai a diverse iniziative, come quella per una nuova Costituzione, infatti entrai a far parte della Commissione che doveva prepararla.

 

 

Partecipai ad altre iniziative, come:

- sottoporre all’imposta tutti gli ordini dello Stato,

- attribuire le cariche politiche agli appartenenti a tutti gli ordini,

- l’abolizione gratuita della servitù,

- l’abolizione del diritto di caccia,

-un prestito di 80 milioni per abolire il deficit.

Mirabeau si presentò un bel mattino a casa mia, in compagnia della sua innamorata e mi disse di prendere l’iniziativa dalla Tribuna per far abolire il possesso dei beni del clero. Ciò che feci, ma fui anche minacciato, tanto da temere per la mia vita. Mi si consigliò di uscire armato di pistole ed il duca d’Orleans mi offrì una carrozza accompagnata da due dei suoi servi, ma io non volli!

In questa occasione conobbi il duca di Chartres, figlio del duca d’Orleans e futuro re col nome di Luigi Filippo, che si congratulò con me per la mia battaglia contro i beni del clero.

Ero però infelice perché la mia famiglia mi aveva voltato le spalle, finanche mia madre non volle parlarmi se non dopo quando ritornai dall’emigrazione.

La corte continuava a commetter errori su errori, causando le giornate del 5 e del 6 ottobre 1789. Il re fu costretto a venire a Parigi, praticamente ostaggio dell’Assemblea.

Mirabeau cercava un utile impiego al suo ingegno ma non ottenne nulla, neanche la carica di ministro. Egli, in un primo momento, si era messo al seguito del duca d’Orleans, l’occasione era la manifestazione delle donne a Versailles il 5 e 6 ottobre, là egli doveva chiedere al re la reggenza, invece scambiò con lui poche parole e se ne andò. Deluso, Mirabeau si mise in contatto con la corte. Il cavaliere Cornn ebbe l’incarico di portargli due lettere, una del re ed una della regina. Mentre nella prima non c’era nulla di interessante, nella seconda Maria Antonietta gli chiedeva lealtà ed aiuto. Così egli, intabarrato in un grosso mantello per non farsi riconoscere, si recò al palazzo delle Tuileries dove parlò con le loro maestà.

 

(Le Palais de les Tuileries)

 

Chiese loro, come unica garanzia, il rispetto della Costituzione, Mirabeau, infatti, era per una Monarchia costituzionale e si impegnò ad adoprarsi per restaurare il loro prestigio, indicò loro i possibili alleati, gli irriducibili, gli incorruttibili che sedevano nell’Assemblea e si congedò.

Il re manifestò un particolare terrore, istintivo, verso Robespierre, Mirabeau chiese di poter baciare la mano alla regina.

Nel febbraio del 1790 fui chiamato alla Presidenza dell’Assemblea, il mio avversario era Bailly, ma io vinsi e da allora entrammo in freddo.

Poscia fui designato referente in una commissione che si occupò di organizzare la Festa della Federazione che ebbe luogo il 14 luglio del 1790 ai Campi Elisi.

 

(Fête de la Federation)

 

Officiai la messa aiutato da altri abati, come Sieyes, semplicemente perché tutti si rifiutarono di farlo. Ma l’errore più grande da me commesso e di cui mi pento ancora oggi fu l’ordinazione di preti e vescovi che causò la bolla papale nei miei confronti con la quale il Papa mi sospendeva dalle mie funzioni e mi dava 40 giorni di tempo per pentirmi, pena la scomunica.

Non volendo più tornare indietro chiesi di essere inserito nell’elenco degli Amministratori di Parigi, facendomi, così, ancor più nemici di prima!

Intanto la componente repubblicana si ingrossava: Cloots il prussiano, Lafayette, Marat, Danton ed i suoi, Desmoulins, Legendre, ecc… Mirabeau veniva dato per spacciato, proprio lui mi disse che sarebbe stato avvelenato. Infatti, cosa che non ho mai rivelato per ovvi motivi, ma che oggi posso fare, il Comitato di Esecuzione dei giacobini decise la sua morte, solo Robespierre chiese di ricorrere prima ad altri mezzi, ma non fu ascoltato.

 

(Mirabeau)

 

Chi lo componeva? Marat, Robespierre, Petion , Barére, Carnot, O…, Sieyes. Mi fece chiamare, io andai al suo capezzale, pare che il veleno fosse stato messo nel suo caffelatte, inconsapevolmente dalla sua amata, da un ginevrino pagato 30.000 franchi. Mi parlò per oltre sei ore, mi raccomandò il re e mi chiese di aiutare sia lui che la regina, poi spirò tra atroci dolori. Era il 2 aprile del 1791. Raccolsi le sue carte e mi recai dal ministro de la Porte che però mi disse che il re era impegnato in una riunione di governo, compresi che il re era stato costretto a non vedermi e me ne andai irato!

Mirabeau ebbe funerali solenni e fu sepolto al Pantheon.

 

(Le Pantheon)

 

Il re tentò di fuggire ed il duca d’Orleans ricevette da molti amici il consiglio di presentarsi all’Assemblea e di reclamare per se la luogotenenza generale del regno, ma mentre egli era quasi deciso a farlo, anche se a malavoglia, ricevette una lettera firmata “Un amico, che vi vuole più vivo che morto”. In questa lettera si affermava che Lafayette aveva diramato l’ordine di arrestarlo se si fosse messo a capo del popolo. Bisogna aggiungere, infatti, che nel frattempo, Danton ed i suoi, tra cui Desmoulins ed altri 50 arrabbiati, percorrevano i faubourgs incitando la folla alla rivolta perché il duca d’Orlenas, a detta loro, era minacciato di morte. Il sindaco Bailly e Lafayette avevano intanto fatto armare la Guardia Nazionale. Il risultato fu che il duca non si mosse e perdette una grande occasione.

Nel 1792, il re volle mandarmi a Londra con il duca di Lauzun, alias generale Biron.

 

(Duc de Lauzun)

 

La corte di Londra, a quell’epoca era molto brillante, il re Giorgio III era un brav’uomo che lasciava regnare gli altri. Il primo ministro era William Pitt, uomo colto ed intelligente. Arrivammo a Londra il 25 gennaio del 1792 e ci presentammo all’ambasciatore che era il marchese de Chauvelin.

Vedemmo sia il governo che l’opposizione ed io andai da Parigi a Londra e da Londra a Parigi, molte volte ma senza concludere nulla, la nostra missione era di guadagnare il favore dell’Inghilterra per Luigi XVI. Capitò a Londra anche il duca d’Orleans, ma non era ben amato, tanto da essere fischiato anche a teatro, dove una sera lo prendemmo con noi per farlo ritornare a casa.

In quel periodo il re cambiò 26 ministri, si fece largo madame Roland, che governava in nome del marito.

Ritornai a Parigi, dopo il 20 giugno, il re aveva resistito benissimo all’assalto della folla alle Tuileries.

Il 7 agosto, di mattino presto, fui svegliato dal conte di Rochefort d’Ally, che mi pregò di recarmi dal re. Egli mi chiese novelle da Londra e che cosa si poteva fare per lui, io gli risposi che era troppo tardi e che al più per il 10 ci sarebbe stata un’altra sommossa, egli mi rispose che anticipavo di una settimana, purtroppo i fatti del 10 agosto mi diedero ragione. Il re cadde prima prigioniero dell’Assemblea e poi, si sa…

Contemporaneamente seppi che la Convenzione, mentre iniziavano le prime infornate, mi dichiarava colpevole d’intelligenza col re e chiedeva di discolparmi alla sbarra. Io, invece, inviai una lettera e fuggii in Inghilterra. Là, però, non avevo mezzi, non solo, ma fui anche proscritto ed invitato a lasciarla, poiché ritenuto capace di provocarvi una rivolta! Così riparai in America, dove il grande Wasghington mi comprese e mi accolse con benevolenza. Ma la tranquillità di quel paese poco mi si addiceva e così fui ben contento quando i miei amici rimasti in Francia mi annunziarono che era possibile il mio ritorno. Scrissi una petizione alla Convenzione e la indirizzai a Barras ed a Madame de Stael, fu lei a scrivermi dicendomi che la mia richiesta di ritornare in patria era stata approvata dalla Convenzione a larghissima maggioranza!

Ma i mari erano infestati dalla flotta inglese, così mi imbarcai su una nave corsara e fummo costretti comunque, a causa dei fortunali, a sbarcare in Inghilterra.

Ripartimmo per Amburgo, l’unico porto sicuro e città ospitale per gli emigrati di tutte le fedi. Incontrai dapprima la contessa di Genlis, poi ebbi il passaporto dal mio amico Reinhart e, mentre partivo, ricevetti una lettera di Barras, che dopo aver elencato i miei meriti, mi inviava a Berlino per avere un abboccamento col re di Prussia.

 

(Barras)

 

Conobbi vari personaggi, ma coltivai specialmente l’amicizia con il colonnello Manstein, che ebbe in dono da me un grosso diamante ed il marchese Lucchesini, a cui donai una prestigiosa raccolta di quadri fiamminghi. Il Direttorio mi ringraziò per aver evitato la discesa in guerra della Prussia e mi invitò a ritornare a Parigi.

Intanto l’eco delle imprese del generale Bonaparte, detto anche il generale di vendemmiale, per aver sconfitto i realisti in un tentativo di rivolta, si faceva sempre più grande. Egli aveva sposato, in seconde nozze, Giuseppina de Beauharnais, vedova del mio amico il visconte Alessandro, così mi recai a trovarla, mentre il marito combatteva e vinceva in Italia e gli scrissi una lettera che lei ebbe la bontà di inviargli.

 

(Il generale Bonaparte e Giuseppina)

 

Mi rispose dopo otto giorni, congratulandosi con me e poi ci vedemmo e ci comprendemmo subitamente. La forma repubblicana non si addice ad una nazione, è la monarchia la felicità e la salvezza degli uomini, la rivoluzione doveva finire e Bonaparte la pensava come me.

Era l’epoca di grandi capitani, come i generali Marceau, Hoche, Pichegru e Kleber. Fui chiamato a far parte dell’Istituto, allora nascente, per le Scienze morali e politiche, e mi diedi a scrivere alcune opere al riguardo. Madame de Stael e Constant, mi diedero una mano e così il Direttorio, finalmente riconobbe, dopo quasi un anno che ero a Parigi, i miei meriti e mi nominò Ministro degli Esteri, il 18 luglio del 1797. Diedi la notizia a Bonaparte.

 

(Talleyrand nel 1797)

 

Il generale mi rispose che io finalmente ero al mio posto e che era giusto che uomini di valore, anche se nobili, potessero aspirare alle cariche della Repubblica, infatti egli affermò: “un Vauban fu ottimo cittadino al pari di un Robespierre!”.

Dopo la mia nomina mi recai da Barras che mi presentò ad altri due Direttori, Rewbell e Laréveillière, informandomi che i realisti, capeggiati da Pichegru stavano organizzando un colpo di stato per spianare il terreno ad un probabile ritorno di Luigi XVIII. Molti deputati del Consiglio degli Anziani e dei Cinquecento erano coinvolti, assieme agli altri due Direttori, Carnot e Barthélemy.

Qualche giorno prima avevo rifiutato un invito a pranzo da Pichegru, subdorando qualcosa, e ne ero stato rimproverato da Madame de Stael, perciò mi allontanai da lei.

Barras aveva preparato un piano che portò prontamente a termine. Le truppe del generale Hoche si mossero il 17 fruttidoro, occupando la cinta esterna di Parigi ed avanzando verso le Tuilieries, il generale Augerau, che era stato inviato da Bonaparte, penetrò nel palazzo ed arrestò personalmente Pichegru ed altri capi della rivolta realista. Pichegru ed altri furono esiliati, non ci fu spargimento di sangue e Bonaparte, a cui, per ordine del Direttorio, comunicai la lieta novella, si acquietò.

 

(General Pichegru)

 

Bonaparte tornava vittorioso dall’Italia ma faceva paura al Direttorio, così, dietro mio consiglio, Barras gli procurò nuove campagne, mandandolo in Egitto. Il generale venne da me per chiedermi consiglio ed io gli dissi d’andare, poi sarebbe tornato più grande di prima. Ma le cose in Italia ed in Europa, all’inizio del 1799, cominciavano ad andare male. I nostri generali erano battuti, Suwarow avanzava in tutta la penisola italiana.

Era tempo che Bonaparte tornasse e lo fece. Egli aveva tutti i generali dalla sua, tranne Bernadotte e metà della città di Parigi, che allora contava ben 1.000.000 di abitanti.

Tra i 5 Direttori, furono guadagnati dalla nostra parte Sieyes e Ducos, Barras fu avvisato da me e dall’ammiraglio Bruix di non tentare alcunché, alla fine, anche se controvoglia, si convinse e firmò una lettera ai Consigli nella quale si dimetteva alla sua carica. Proprio in quel momento gli altri due Direttori, Moulin e Grohier, bussarono alla sua porta, egli rispose che si era dimesso e che andava a letto. Il 18 brumaio era alle porte!

 

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