PARTE PRIMA

 

 

Sul finire della vita, Talleyrand sentì il bisogno di scrivere le sue Memorie, certamente per difendersi da tante accuse che gli piovvero addosso. Noi non faremo alcun commento, le sue Memorie si commentano da sole!

La mia famiglia risale alla notte dei tempi, e precisamente all’Imperatore e re di Francia, Carlo il Calvo, che nell’866 diede ad un suo parente, Volgrino, le contee di Périgord e di Angouleme.

 

                                                                                                                                                                  

(Blasone del Périgord)                                                                                 (Blasone dell’Angouleme)

 

Gli successe Guglielmo ed a lui Emma che sposò il conte de La Marck. Fino ad Arcimabaldo V il Périgord rimase alla nostra famiglia quando il re Carlo V lo confiscò per insubordinazione, indi, nel 1399, detta contea passò nel patrimonio degli Orleans e poi nella casa d’Albret (che era la madre del futuro Enrico IV-n.d.a.) e quindi ad Enrico IV che divenne re di Francia.

Dalla schiatta dei conti di Perigord si separò quella dei Talleyrand, con il suo capostipite Elia. Il terzo ramo, che è quello da cui discendo, risale a mio padre, Carlo Daniele di Talleyrand-Perigord (1736-1788).

Io nacqui  a Parigi il 7 marzo del 1754, in Rue Garncière al numero 4 ed ebbi una piccola zoppia, della quale in verità furono più glia altri a preoccuparsi che io.

 

 

 

Entrai al liceo Louis le Grand per istruirmi, poiché mio padre non aveva soldi per avere un aio.

 

 

Fu lì che mi segnalai per il tremendo scherzo fatto ad un mio maestro. Me lo ricordo ancora, assiso nella sua mansarda, ad incipriarsi e ad imbellettarsi il viso ed i capelli. Si credeva irresistibile il poveretto ed usava un colore rossiccio per sistemarsi i capelli. L’idea che mi venne fu di metter dello zucchero di canna in quel liquido, i suoi capelli divennero duri e preda di migliaia di mosche ed insetti.

Uscito, mi dedicai a due sorelle che lavoravano in una merceria di Rue du Bac, poco lontano dal palazzo dove abitavo. Passavo per un gran signore, colto e simpatico, fortunatamente le donne non sapevano che ero povero. Mi dedicai a tutte e due le sorelle, alternativamente s’intende, ma fui svelato da un mio cameriere che avevo mazzolato per infingardaggine, per punizione finii prima alla Bastiglia e poi a Vincennes, per quasi un anno. All’uscita, dritto al seminario di St. Sulpice, dove per mia fortuna ritrovai il mio amico Briard.

 

(Paris: Eglise de St. Sulpice)

 

Era il regno di Luigi XV, ma dobbiamo dire più correttamente di madame du Barry, a cui chiesi di essere presentato da mia cugina, la marescialla di Mirepois. Da abate volevo diventare cardinale, perciò mi occorreva un aiuto!

 

(Madame du Barry)

 

Intanto il mio amico Briard aveva avuto un’avventura proprio con la du Barry, ma io feci finta di nulla, seppi da lui che era uscito dal seminario e che voleva recarsi da Voltaire per vedere se gli riusciva di ottenere un incarico. All’uopo mi recai dal conte d’Argental  che lo raccomandò, con ben due lettere, al grande filosofo.

Intanto, i14 maggio del 1774, Luigi XV moriva.

Luigi XVI gli seguiva, ma pur essendo buono, non riusciva ad imporsi agli eventi. Maria Antonietta, brillante, giovane, elegante, riuscì tuttavia a farsi odiare dall’intera corte per i suoi favoriti, la principessa di Lamballe, il Primo ministro de Maurepas e la duchessa di Polignac, prima tutrice dei suoi figli.

 

                                                                                                                                    

      (de Lamballe)                                         (de Maurepas)                                       (de Polignac)

 

Tra i seguaci di Rousseau e di Voltaire, io ero tra i primi e non mi vergogno di dire che avevo letto tutte le sue opere, ma volevo incontrarlo e mi decisi, un giorno, ad andare direttamente a casa sua. All’epoca egli abitava all’incrocio delle vie Platrière e Coquillière.

 

 

 

Il filosofo non voleva ricevermi, ma quando gli scrissi uno spiritoso biglietto mi ricevette ed io lo frequentati per circa due anni, poi, dopo che gli avevo inviato varie volte la cacciagione da me procurata, non ne volle più sapere. Così era fatto il Grand’Uomo!

Così, decisi di andare a trovare anche Voltaire. Col mio amico inglese, il baronetto sir Peyton, mi travestii da ufficiale e mi recai a Ginevra. Il filosofo abitava a Ferney, una specie di castello brutto e malandato.

 

(Château de Ferney)

 

Tra gli invitati di Voltaire ve ne erano molti che conoscevo, ma il mio travestimento e di più, i baffi posticci che mi ero messo, mi salvarono. Il filosofo comparve al suonar della campana per il pranzo, agghindato di raso e d’oro e mi salutò cordialmente.

Dopo pranzo andammo in giardino e poi al piccolo teatro dove fu rappresentata la sua opera Olimpia, col celebre attore Le Kein. Tutta la notte passò al ballo, l’indomani mattina partimmo presto ed io ritornai ad Autun.

Nel 1778, a maggio, Voltaire ed a luglio Rousseau, scomparvero tutti e due i grandi filosofi.

Anche il Maurepas moriva e, dopo tanti controllori generali delle Finanze anonimi, arrivò il Necker. Onesto, adottò alle cure del bilancio statale quelle praticate nella propria banca. Egli aveva una moglie ed una figlia, Armadina, meglio conosciuta come baronessa de Stael, a cui sarebbero stati indicati più i pantaloni che la gonna, essendo, fuori una donna normale, ma dentro un vero uomo!

Necker però avea gran contezza di sé e pertanto chiese: il cordon bleu, la nomina a consigliere di stato ed il titolo di duca, affermando che in mancanza di suddette concessioni se ne sarebbe andato, Maurepas lo accontentò ed ottenne dal re di licenziarlo. Tutti lo piansero!

Gli seguì il Colonne, uomo accorto, ma che fu invischiato in tante polemiche da cadere e da essere sostituito da Loménie de Brienne, vescovo di Tolosa, raccomandato dall’abate Vermont, lettore della regina, e suo antico professore di Francese alla corte di Vienna. Egli era convinto di essere un Sugero od un Richelieu, in realtà non era nessuno dei due!

Fu lui che suggerì a Colonne l’Assemblea dei notabili, ma una volta nominato Controllore non seppe far null’altro che emettere il decreto che riuniva per il 1 maggio del 1789 gli Stati Generali: era il segnale della Rivoluzione. Non che nessuno gli si opponesse, il re sperava diminuire l’importanza della nobiltà e poter esigere Tasse a suo piacimento, la Corte ricevere altre prebende, la Borghesia più importanza rispetto al clero ed alla nobiltà, il Commercio avere mani libere, l’industria, barriere doganali contro le merci straniere, la Plebe poter pescare nel torbido!

La Regina, da quando era salita al trono incorreva in una disgrazia dopo l’altra, come quella dell’Affare della Collana, Il cardinale Luigi de Rohan, inetto, amante delle donne, fu nominato ambasciatore a Vienna, proprio quando Maria Antonietta si recava in Francia per diventarne la Delfina. Il cardinale si mise a scrivere alla du Barry lettere in cui si inventava delle maldicenze sul conto di Maria Teresa, Imperatrice d’Austria e madre della Delfina. Ella lo venne a sapere e lo segnò come suo personale nemico. Una volta rientrato in Francia, Luigi de Rohan cercò in tutti i modi di rientrare nelle grazie della Regina, comprese le scienze occulte. All’uopo allacciò rapporti con il conte de Saint Germain, alias Cagliostro, medico buono con i poveri e Maestro di una Loggia Massonica di rito egiziano. A complicare la vicenda si inserisce madame de Valois, discendente di un  bastardo di Enrico II, ammogliata ad un nobiluccio, il conte de La Motte. Ella divenne la favorita del cardinale.

 

                                                                                                                                       

      (Cardinal de Rohan)                                                                              (Comtesse de La Motte)

 

La contessa gli fa sapere che i gioiellieri Bohemer e Bassange hanno una collana del valore di 1.800.000 livres che la regina desidera, ma che non può acquistare, gli propone quindi di farlo a  suo nome e di pagarla a rate, con questa benemerenza il cardinale potrà essere nominato anche Primo Ministro. La contessa, inoltre, vanta con la regina “particolari amicizie”… Per “aiutare” la faccenda, al cardinale viene presentata la regina, a mezzanotte in un boschetto del giardini di Versailles. In realtà si tratta di un’attricetta ed anche “donna di piacere”, la d’Oliva che ha come unico merito la sua straordinaria somiglianza con Maria Antonietta. Luigi de Rohan cade nella trappola e si reca dai gioiellieri a cui mostra addirittura un biglietto firmato Antonietta di Francia, mentre si sa benissimo che ella si firmava o Maria Antonietta o, tutt’al più, Antonietta!

Poscia il cardinale si presenta dalla regina, certo di ottenere alte cariche e prebende, ma invece viene a trovarsi in pieno Consiglio, tra il barone de Breteuil, suo acerrimo nemico, il ministro degli Esteri Vergennes e quello della Guerra, Miromesnil. Il re lo interroga, ma lui, che ha finalmente compreso il tranello in cui è caduto, balbetta e non riesce a proferire parola, Il re lo fa accomodare in un’altra stanza e gli fa scrivere una lettera di giustificazione. Alla fine egli sarà arrestato.

Ma il Parlamento lo assolse, la contessa de La Motte fu condannata al carcere perpetuo ed al marchio d’infamia dei ladri, la D’Oliva ed i Cagliostro, anche loro alla Bastiglia, furono assolti.

Poco tempo dopo Maria Antonietta fece fuggire dal carcere delle Madeloinettes la contessa che riparò in Inghilterra. L’unico a squagliarsela fu il conte de La Motte che fuggì in Inghilterra e vendette i diamanti.

Luigi de Rohan però fu esiliato ed eletto all’Assemblea Costituente per il distretto di Strasburgo, ma ebbe  il buon giusto di non presentarsi, venne solo all’epoca del giuramento e  poi riparò all’estero, dove morì nel 1803.

La contessa morì a Londra, dopo essersi recata in una casa di piacere, spogliata dei suoi diamanti dai suoi amanti e dagli ospiti della casa, che prima la strozzarono e pi la gettarono in strada dal quarto piano.

Un bel giorno mi vidi nel mio studio il conte de La Motte che mi chiese un colloquio con Luigi XVIII, affermando di avere per lui cose importanti, lo sbattei fuori all’istante. Seppi, poco tempo dopo, che il re gli aveva elargito una forte somma per acquistare delle lettere autografe di Maria Antonietta alla contessa de La Motte, risalenti al 1788-1789. Mistero!

Fui nominato Agente Generale del clero, ciò che mi dava rendite e la possibilità di essere ricevuto a Corte. Ne approfittai subito per scrivere delle memorie sull’Economia che inviai a Colonne, che però non ne fece nulla. Pensai allora che il miglio partito fosse quello di frequentare Necker e al sua famiglia…

Mentre mio padre moriva il 4 novembre del 1788, il 30 io ricevevo la notizia della mia nomina a vescovo di Autun. Fui consacrato il 17 gennaio del 1789. Oltre alle 60.000 livres di rendita, ebbi la nomina a Consigliere di stato, il pallio, che consisteva nel portare un collare di lana purissima bianca con due croci nere, diritto accordato solo al Papa ed agli arcivescovi.

Autun è una città gallica poi passata sotto la dominazione romana. Costantino e Costanzo Cloro la abitarono. Comprende 103 parrocchie.

 

 

                                                                                           

                   (Autun: teatro romano)                                               (Autun: le mura romane)

 

(Autun: Porte St.André)

 

Poco dopo la mia investitura, ricevei da un curato una strana lettera in cui mi si diceva essergli apparso un confratello morto che gli annunciava grandi tragedie per la Chiesa di Francia, in capo a 4 anni e che lui sarebbe morto il giorno della mia apostasia. Nel giorno in cui consacrai 12 vescovi, seppi che il curato era morto…

 

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