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L’ARISTOCRAZIA NELLA FRANCIA MEDIEVALE
(Saggio storico) |
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PARTE PRIMA: “NOBILI E MILITES”.
L’emiro Usama al i’tibar, nel XII secolo, affermava che i cavalieri erano le uniche persone considerate nel mondo occidentale. Non dissimile era il giudizio degli occidentali che consideravano la cavalleria, la classe cioè dedita alle armi, come un classe superiore. In Palestina non poteva essere diversamente, data la preponderanza dell’elemento militare, ma così era pure per la letteratura occidentale che considerava la cavalleria come una classe dotata di virtù eccellenti: l’onore, la virtù, la forza ed il coraggio, queste le principali caratteristiche del cavaliere.
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Ma lo storico si è interrogato ed il suo giudizio non è affatto simile a questi. La storiografia germanica tende a separare nettamente la nobiltà dalla cavalleria, soprattutto identificando la prima come un fenomeno antecedente, la storiografia francese (Le Goff), invece, assimila le due classi e le confonde, soprattutto tra i secoli X ed XI (Van Luyn). Si può anche figurare che ci siano varie fasi prima che la cavalleria sia espressione dell’aristocrazia, e cioè: 1=una prima fase (X secolo circa) in cui i Milites sono nettamente separati dai nobili, i guerrieri, cioè costituivano una classe a parte che disdegnava guadagnarsi da vivere con il lavoro delle mani, 2=un fase intermedia in cui la nobiltà guardava con crescente interesse questa classe di guerrieri (XI – XII secolo), 3=una fase finale (XIII secolo) in cui la nobiltà assimila del tutto i comportamenti guerreschi, ne adotta lo stile di vita, i riti, il nome, cioè si fonda con essa. Nella Francia del X - XII secolo il potere era nelle mani dei grandi proprietari terrieri e poi lo sarà nei signori delle fortezze, ma il titolo di nobile sembra avere altre origini e non essere legato strettamente al potere. Il termine “nobile”, infatti, sembra più essere legato a quello di “illustre”, mentre invece per indicare la nobiltà ereditaria si usava il termine “gentilhomme”. Per chiarire meglio il problema possiamo citare Matthew Paris, monaco benedettino del 1200, sul comportamento del sultano di Damasco che, nel 1240, rimise in libertà: “triginta nobiles et quingentos milites”.
(Matthew Paris) |
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Un altro problema è costituito dalla Nobiltà di nascita. Dobbiamo osservare che sotto l’Imperatore Carlo il Calvo, accanto alla vecchia nobiltà si notava l’ascesa di una nuova nobiltà (Homines Novi).
(Charles le Chauve) |
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Si può ben comprendere quale fosse l’ostilità dei Nobilis Genere, nobili di antica famiglia, nei confronti di questa nuova nobiltà senza schiatta! Più che all’antichità della famiglia si fa riferimento alla sua potenza ed al suo prestigio, così al numero degli amici. Nel XIII secolo le cose cambiano, la fonte non è più la scrittura dei chierici o la tradizione ma il Diritto, che regola appunto la Nobiltà secondo la nascita. Mentre regnava Filippo l’Ardito, Egidio Romano, futuro vescovo di Bourges, affermava che i nobili erano coloro che nascevano in un lignaggio.
(Filippo II, detto l’Ardito) (Egidio Romano) |
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Ma non tutti condividevano il pensiero dell’allievo di S.Agostino, altri, infatti, pensavano che i nobili dovessero per forza appartenere all’Ordine Militare. E’ dall’epoca post-carolingia che risale questa tesi, in quel periodo, infatti, a differenza dell’epoca carolingia quando la violenza veniva esercitata per creare un regno, ora essa era usata per propri fini relativi, cioè anche per singole persone. Le armi sono cioè l’unico mezzo per legittimare il potere, se ne serviranno anche i re, per delimitare il potere dei loro vassalli, come Luigi VI che assediò ben 22 castelli!
(Louis VI) |
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Le armi servivano ai signori per tenere buoni i contadini, e perciò essi si servivano di cavalieri, servivano anche ai giudici per far rispettare la Legge! Essi, infatti, si servivano di propri guerrieri. Adalberto di Laon, vescovo e poeta del Mille, afferma che i cavalieri sono essenziali per la difesa della chiesa e del popolo. Secondo lui i Bellatores, cioè i guerrieri, dipendono solo dal re e da Dio, che li ha incaricati di questo nobile servizio. Ciò coincide con i Franchi dell’epoca che non sono più una tribù guerriera, ma sono diventati villani e contadini. La consuetudine delle armi è, per un giovane principe, fonte di vita e motivo di orgoglio! Quando l’arte militare diventò una professione, automaticamente accadde che portare le armi significò appartenere ad un’elite, ad una nobiltà. Ma non tutti i cavalieri erano delle stesso rango, infatti, accanto a principi e signori proprietari di castelli, vi erano gente di rango inferiore. Tra questi milites si possono differenziare due categorie: 1=i discendenti dei Vassi Dominici, di epoca carolingia, insediatisi nelle campagne, 2=i guerrieri delle fortezze o Milites Castri. Il Duby, però, osserva che questi milites Castri non erano dediti solo alle armi, ma esercitavano due compiti assieme, uno quotidiano legato al proprio lavoro, ad esempio quello di contadino, l’altro quello di soldato posto alla difesa del castello. In realtà erano due le categorie che si possono distinguere nei Milites Castri: una come sopra e l’altra di veri e propri soldati di mestiere (Homines de Masnada) pagati dal signore. Spesso questi soldati venivano pagati, ad esempio alla fine della carriera, con un beneficio, si trasformavano così da cavalieri in contadini! Altri milites ricevevano, come premio per le loro fatiche, dei feudi, così accadde, ad esempio, ad Ely, dove l’abate donò terre ad alcuni guerrieri, o addirittura con il matrimonio, come nel caso di Ruggero il Gran Conte che diede in moglie sua figlia a Ingelmaro. Questo ci dimostra che se anche il guerriero era di origini umili, il suo status lo poneva in confidenza ed in intimità col potente. Ci furono anche casi in cui i cavalieri non accettarono nulla e rimasero tali, ciò non impedì loro di assurgere ad alte cariche, come nel caso del Gran Maestro dell’ordine dei Templari Gérard de Ridfort.
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I milites sono più vicini al signore che i chierici, infatti: -possono trasmettere ai figli i benefici ricevuti, -sono direttamente al servizio del signore, -sono vicini al loro modo di pensare e di vivere. Riassumendo possiamo dire che la Nobilitas è condizione sociale eminente, mentre la Militia è una professione, ma i Nobiles non disdegnano di essere anch’essi Milites e che in un secondo momento, queste due figure si assimileranno. Il monaco – scrittore Guibert de Nogent non esita a considerare il padre Nobilis, pur essendo, quest’ultimo, solo vassallo del sire di Clermont-en-Beauvaisis. I cavalieri, cioè, fanno parte sicuramente della classe dei Nobilis, essendo usciti oramai da quella degli Ignobilis! Le ricerche del Lemarignier ci confermano che i cavalieri francesi, alla fine dell’XI secolo, erano compagni abituali del re, così anche alla corte del Barbarossa. La prima figura di principe-guerriero è quella di Guglielmo il Conquistatore. E’ Guglielmo di Poitiers, canonico di Lisieux, il suo biografo.
(Guillaume le Conquerant) |
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I Milites di Guglielmo non sono dei mercenari o dei semplici guerrieri, ma piuttosto dei compagni d’arme. La Chiesa delinea le caratteristiche del cavaliere: difesa dei deboli, della Chiesa, degli oppressi, delle vedove, l’ideologia laica: la solidarietà di classe, il valore fisico, la lealtà tra compagni d’arme, la generosità del signore verso i suoi cavalieri. Nasce così l’ideale cavaliere, come re Artù, tratto dalla figura di Guglielmo Rufo, morto nel 1100, figlio di Guglielmo il Conquistatore. Goffredo di Monmouth si è sicuramente ispirato a lui per raccontare il mito arturiano.
(Guglielmo II) |
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A questa figura di principe guerriero si possono riferire molte altre figure di principi, come: -Tancredi, che dimentica di essere un principe ma pensa solo a battersi, -Guglielmo d’Aquitania che esalta nei suoi versi il valore della Cavalaria, l’amore per le dame, -Filippo I, re di Francia, a cui si fa risalire l’istituzione dell’Adoubement (l’Investitura-n.d.a.).
(Tancredi nel celebre quadro di Poussin) |
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(Guglielmo IX d’Aquitania) (Filippo I di Francia) |
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L’adoubement nacque con i primi riti per la consacrazione a cavaliere, un modo per “tagliare” i possibili aspiranti a cavaliere. Era necessario, cioè, stabilire un criterio per distinguere chi apparteneva all’ordine o meno. Nacque così l’Adoubement, la cerimonia dell’investitura, fatta in pubblico dal padre o da un protettore. Questa tendenza nacque, in Francia, nel X secolo, per poi affermarsi definitivamente nell’XI secolo.
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L’investitura a cavaliere porta con sè il raggiungimento della maggiore età ed il diritto di acquistare i beni paterni, è, quindi, un vero e proprio riconoscimento giuridico. Per evitare poi che servi ottenessero l’investitura, fu prescritto che se questi non fossero stati precedentemente liberati dal loro signore, l’investitura non avrebbe avuto effetto. Qualche autore distingue l’investitura del semplice cavaliere da quella del principe, attribuendo a quest’ultima la trasmissione della continuità del potere, ma non è così. Infatti Guglielmo da Malmesbury narra che Gugliemo Rufo fu fatto cavaliere dall’arcivescovo Lanfranco e Luigi VI, che non era in buoni rapporti col padre, dal conte di Ponthieu. Esisteva, dunque, un solo tipo di investitura!
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Il Bloch, nell’esaminare i decreti reali di Ruggero di Sicilia e di Federico Barbarossa, afferma che i cavalieri diventarono una Noblesse de Droit, con relativa discendenza, chiusa cioè a tutti gli altri strati della popolazione. Questa affermazione è vera solo in parte, poiché esistevano eccezioni, il re poteva con sue lettere patenti nominare chiunque cavaliere, esistevano investiture collettive in cui i signori nominavano decine e decine di cavalieri. Alla fine del XIII secolo, in Francia, allora accadrà quello che afferma Marc Bloch, l’aristocrazia sarà chiusa e lo rimarrà fino alla Rivoluzione Francese. La differenza nelle ricchezze, però, determinò una stratificazione all’interno dell’ordine dei milites, come a d esempio in quello dei Milites Castri: -oppidani coequales, i più ricchi, -commilitones, di rango inferiore. Ma anche gli oppidani sono subordinati ai cosiddetti Comprimores Galliae, i principi cioè, che si ritenevano discendenti da antichi re. E’ insomma il rapporto di vassallaggio, tra il signore ed il suo vassallo che gli deve l’omaggio, ginocchio posato a terra. Anche se con il passare del tempo questo omaggio si affievolì fino a diventare un puro segno formale ed esteriore, non scomparve del tutto. Il re di Francia Luigi IX riceveva ancora l’omaggio del re d’Inghilterra, in cambio dell’Aquitania!
(Luigi IX di Francia) (Enrico III d’Inghilterra) |
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Per il Duby l’epoca di Filippo II Augusto è l’epoca delle mutazioni. All’interno dell’aristocrazia vi sono varie classi distinte dal potere e dalla ricchezza, molti autori dividono i nobili in “Ricchi uomini” e “Poveri uomini”, la connotazione, però, sembra più riferita al potere. Questo fino al XII secolo, dal XIII secolo in poi, a causa della primazia del principe che non vuole altri uguali, la nobiltà si livella, è uno solo, insomma, che primeggia su tutti gli altri! |
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PARTE SECONDA: “L’ARISTOCRAZIA E LA CHIESA”.
Fino all’Anno Mille non vi furono conflitti fra i laici ed il clero, ma dopo questi furono la norma. Walter Map racconta che, davanti al re di Francia Luigi VII, chierici e laici vennero alla mani nella capitale Parigi.
(Louis VII) |
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Se in epoca merovingia e carolingia gli ecclesiastici provengono dall’aristocrazia, quasi alla fine dell’epoca carolingia si nota un’inversione di tendenza, i monaci criticano e mettono in discussione la vita licenziosa dei cavalieri e propugnano un’esistenza volta alla meditazione: il conflitto è insanabile! Pure, da più parti della Francia, i vescovi si fanno fautori di Concili di Pace e cercano di delimitare la violenza dei guerrieri, anche per paura dell’accresciuto potere dei monaci! Da questo si passò ad una svolta come la Guerra Santa per la liberazione del Santo Sepolcro, ma pur essendo viva questa concezione, altri pensarono sempre che l’attività e la violenza dei guerrieri fossero esecrabili. Ma cosa pensavano invece i laici del mondo clericale? Voltaire assimilava tutto il male appunto nel mondo medievale affermando che l’asservimento delle coscienze in quell’epoca era stato realizzato appunto dall’ideologia cristiana, ma egli non faceva altro che rifarsi all’Illuminismo. Le profonde divergenze tra guerrieri e chierici vanno ben al di là di motivi come la bassa origine dei chierici o l’Amor Cortese, la più grande differenza tra di loro è il modo di pensare sulla guerra, l’unica cosa degna per i cavalieri di essere vissuta, un comportamento violento ed esecrabile, invece, per i chierici. Il principe ha bisogno, in caso di pericolo, che i suoi fidi siano disposti a morire o a diventare prigionieri, come può un chierico che rifiuta le armi fare ciò? Quindi i chierici non possono essere consiglieri del principe ma devono occuparsi solo di culto. Nel 1246, in Francia, i nobili stilarono un manifesto di protesta contro i chierici, invitandoli a vivere una vita più povera e più consona alle loro regole, questo però si inquadra in una protesta contro la chiesa di Roma che chiedeva sempre soldi. Se fino alla rivoluzione francese, per un rispetto formale, il Clero sarà il primo degli Ordini, nel Medioevo i guerrieri non riconosceranno affatto questo primato. I chierici saranno sempre coloro che non sopportano le fatiche e, perciò, uomini inferiori! Nella Francia di Filippo Augusto si arriva perfino ad augurarsi che i chierici intervengano in battaglia accanto ai guerrieri. Né l’ideologia della guerra santa deve trarci in inganno, più che ad un nuovo modo di pensare della Chiesa, sulla guerra e sulla violenza, si può trovare il desiderio dei chierici di allontanare da sé personaggi pericolosi. Dall’altra parte, quella dell’aristocrazia, si continuerà a pensare che mentre i cavalieri muoiono per la liberazione dei luoghi santi, i monaci continuano ad abbuffarsi nei loro conventi! Altro argomento di contrasto tra cavalieri e chierici erano le donazioni fatte dai primi in punto di morte a favore della chiesa e dei monaci. In gioventù il guerriero poco si preoccupava della sua anima, solo giunto agli ultimi gironi della sua vita, spesso su pressione dei monaci, il cavaliere donava beni e terre a questi ultimi, sollevando le ire dei discendenti che si vedevano privati della loro eredità e distruggendo, quindi, i patrimoni dell’aristocrazia! Clamoroso fu il caso di Guglielmo il Maresciallo, tutore di Giovanni Senza Terra e reggente d’Inghilterra, che si rifiutò di donare ai monaci, in punto di morte, i suoi beni.
(William the Marechal) |
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I giovani delle famiglie aristocratiche, spesso, venivano dati, e da qui il termine “Oblati”, come novizi al convento. Ancor prima di nascere, ma più spesso in giovane età, i figli minori, o malaticci, dei nobili, venivano destinati alla carriera ecclesiastica. Certo si verificava anche il caso che un giovane destinato al monastero, venisse poi rifiutato, perché forte e robusto, come nel caso di Ugo di Cluny. Ma è la preoccupazione di assicurare ai figli una occupazione, nel caso di famiglia numerosa, molto ricorrente nel periodo da noi preso in esame, che costituisce la vera scelta della vita monastica. Un tentativo di superamento dei conflitti tra cavalieri e chierici è costituito dalla nascita degli Ordini cavallereschi, come i Templari (1119) e, poco dopo, gli Ospitalieri.
(Ospedalieri) |
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(Templari) |
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(Stemma dei Templari) (Stemma degli Ospedalieri) |
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Ma i Templari, ad esempio, non rinunciavano ai loro costumi di guerrieri, per loro era sempre l’onore in primo piano, così il culto della forza fisica, del coraggio, della generosità, che spesso si trasformava in prodigalità! Quali erano le motivazioni di quelli che entravano in questi ordini? Sembra strano, ma le motivazioni religiose sembrano assenti, quella pecuniaria sembra la più ricorrente! Per diventare membro di un ordine bisognava essere cavalieri, altrimenti, invece che finire nei Sergenti, si finiva nei Servitores. Un’altra figura rappresentativa delle contraddizione di quest’epoca è il Vescovo guerriero. Anche se questa figura continuava ad essere riprovata dal mondo ecclesiastico, i monaci cominciarono a comprendere che per difendere una diocesi occorreva, spesso, un vescovo guerriero, occorreva cioè difendersi dai nemici! Figure rappresentative furono i vescovi spagnoli, come don Rodrigo Ximénez de Raza, quelli italiani, come il vescovo di Arezzo Guglielmino degli Ubertini, quelli francesi, come Manasse, arcivescovo di Reims. Con l’apparire delle Crociate i vescovi guerrieri ebbero la loro parte, specialmente in Palestina, così che il mondo ecclesiastico elaborò una teoria più accettabile nei confronti di questa figura. |
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PARTE TERZA: “L’ARISTOCRAZIA ED I CETI INFERIORI”.
Nei rapporti tra l’aristocrazia ed i ceti inferiori, come i contadini ad esempio, il primo problema è quello storiografico. Qualcuno ha elaborato tesi secondo cui i contadini accettavano tutto, secondo una “malsana” concezione di timore religioso, la Provvidenza provvedeva, appunto, a tutto, minimizzando i conflitti sociali, le rivolte e le jacquries. Si è detto anche che i conflitti trovavano soluzioni verticali, all’interno cioè del nucleo familiare o del rapporto padrone-servitore- Il Mousnier afferma che non si tratta di rivolte, ma di “furori paesani”, così altri storici. Si deve contestare tale visione del mondo medievale e dei suoi sommovimenti, l’odio popolare cova sotterraneo e se ne avrà la dimostrazione quando scoppieranno le rivolte: saranno abolite tasse, bannalità, decime, ecc… E’ vero che i contadini non hanno coscienza di classe, ma sanno benissimo che cos’è la sofferenza! Tra i cavalieri ed i principi esiste la solidarietà ben inteso, è una solidarietà tra potenti che sacrifica anche i deboli, come ad esempio nella seconda crociata, quando i poveri venivano lasciati al nemico e sulle navi Luigi VII imbarcava solo i cavalieri!
(Seconda Crociata: 1147-1149) |
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Esiste però anche una Solidarietà tra poveri, come a Gerusalemme assediata, quando i crociati non vollero farli entrare ed i residenti fornirono loro i viveri. E’, in sostanza, una solidarietà orizzontale. Esisteva anche una solidarietà verticale tra ricchi e poveri, tra aristocrazia e plebe? I casi sono molto limitai e non si può generalizzare. Anche tra aristocrazia e borghesia, cioè i mercanti, i rapporti non sono buoni. L’aristocrazia disprezza il mercante ed il suo mestiere, mentre il mercante va fiero di avere iniziato dal nulla ed aver raggiunto, con i propri sacrifici, una posizione ragguardevole. Il nobile disprezza il mercante, questi non lo invidia, ma tale assioma non sempre è vero: la mobilità sociale confonde le cose. La realtà è che ogni gruppo sociale guarda con diffidenza l’altro, così è per i contadini, che più di vere deferenza per i suoi padroni, ne provano diffidenza! I nobili e la Chiesa sanno benissimo quello che provano i contadini per loro! Non ci si può fermare alla rivolta della Jacquerie (rivolta del maggio 1358 nella Francia meridionale-n.d.a.), ma prodromi di essa si vedono in tutti periodi dal secolo IX al XII, infatti numerosi conflitti vi furono nelle campagne.
(La Jacquerie) |
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Un altro problema è costituito dall’origine della nobiltà Alcuni nobili, specialmente nella Francia dell’Ancien Regime, la facevano risalire ai franchi ed al consenso dell’umanità a voler rinunciare ai propri diritti! |