I CENTO GIORNI

 

  

 

 

Nel 1812, dopo la sfortunata campagna di Russia, la situazione in Europa era cambiata. Già dal 1813, infatti, l’Austria aveva messo gli occhi sull’Italia e prefigurato il futuro regno del Lombardo-Veneto, la Prussia voleva a tutti i costi un corridoio costituito dalle importanti città di Lipsia e Dresda e la Russia si stava impossessando della Polonia, ormai smembrata e ridotta a ducato.

 

 

 

L’Inghilterra installava nei paesi Bassi, cioè in Olanda e Belgio, la casa d’Orange, imparentata con quella britannica.

Il suo sistema coloniale ne usciva rafforzato, con Malta, Gibilterra e le isole ioniche.

 

(30 Marzo 1814: le truppe alleate entrano in Parigi)

 

(Blasone degli Orange)

 

                                                                                                    

                                                                               (Lo ZarAlessandro)          (Francesco I d’Austria)            (Luigi XVIII)                 (Carlo III di Spagna)

 

 

(Re di Prussia)

 

A Parigi, Lord Castlereagh per l’Inghilterra, Talleyrand per la Francia, dopo che Caulaincourt era stato estromesso, Metternich per l’Austria, Nesselrode e Hardenberg per la Russia, trattavano. Ma Alessandro di Russia contattava i marescialli di Napoleone e, forse ad insaputa dell’Imperatore, prometteva loro più concessioni.

La Francia, con Luigi XVIII ritornato sul trono, ritornava ai confini del 1792, ma conservava alcune acquisizioni territoriali, vediamo gli articoli del Trattato di Parigi:

- Art1: veniva ristabilita la pace tra la Francia ed i sovrani alleati d’Europa,

- Art.2: essa ritornava ai confini del 1792 con alcune acquisizioni territoriali in più,

- Art.3: esse erano: Chambery ed Annecy in Savoia, Avignone, il contado del Venesino, la contea di Montbelliard, i distretti una volta dipendenti dalla Germania,

- Art.5: la navigazione sul Reno doveva essere libera,

- Art.6: l’Olanda era posta sotto la sovranità della casa d’Orange, gli Stati tedeschi dovevano essere indipendenti, la Svizzera anche, l’Italia ritornava ai legittimi sovrani, esclusa la parte sotto la dominazione austriaca,

- Art.7: Malta andava all’Inghilterra,

- Art.8: l’Inghilterra restituiva alla Francia tutte le sue colonie, tranne Tobago, Santa Lucia, l’isola di Francia e S. Domingo, la cui parte spagnola ritornava ad essa.

- Arrt.9 e 10: Guadalupe e Guiana tornavano alla Francia.

 

(L’atto di abdicazione di Napoleone)

 

Tutti gli altri articoli, fino al 31, disciplinavano minutamente le fasi ulteriori, rinviando da lì a due mesi, l’invio a Vienna di plenipotenziari, per l’apertura di un Congresso.

La Francia ne usciva complessivamente bene, non doveva nulla per i danni di guerra, ma non tutto era positivo! Le colonie le venivano ridate, ma non i posti militari e come avrebbe fatto la Francia se avesse avuto bisogno di fare una guerra per mare?

Si consideri inoltre che il trattato di Parigi aveva anche degli articoli segreti, eccoli:

- Art.1: le potenze alleate avevano la libera disposizione dei territori cui la Francia rinunciava,

- Art.2: il re di Sardegna riceveva un indennizzo con lo Stato di Genova, anche se il porto rimaneva libero,

- Art.3: i paesi tra il mare, la Mosa e le nuove frontiere della Francia andavano in perpetuo all’Olanda,

- Art.4: anche i paesi della riva sinistra del Reno andavano all’Olanda.

Il 20 aprile a mezzogiorno Napoleone lasciava Fontainebleau, dando l’addio alla Guardia e si dirigeva verso il Mezzogiorno. Congiure, sia da parte dei realisti, sia da parte della sinistra giacobina, capitanata da Fouchè, si preparavano.

 

(L’abdicazione di Napoleone a Fontainebleau)

 

Il tragitto delle sei carrozze fino a Montargis fu piano, l’Imperatore era scortato dalla cavalleria, i soldati e  gli ufficiali piangevano, qualcuno, ritornato nei propri acquartieramenti, spezzò la spada e si dimise dalla vita militare.

Giunti a Briare, alloggiarono nell’albergo della Posta, poi la sera pranzarono a  Nevers. Tutti erano attenti a ciò che diceva o comandava Napoleone, egli non aveva perso l’abitudine di ordinare! Si cenò a Savagny, sobborgo di Lione, poi l’Imperatore si mise a passeggiare lungo la strada per la città. Finalmente si attraversò Lione con le carrozze, passando per il ponte della Guillotiere, al grido di “Viva l’Imperatore!”.

Sulla strada di Valenza, Napoleone incontrò il maresciallo Augerau che si recava a Parigi, egli gli chiese se avesse fatto lui il proclama, ma il maresciallo, da ex giacobino ed amico di Fouchè, gli rispose che per colpa sua la Francia stava per essere perduta… Napoleone gli disse che non voleva vederlo più…

 

(Charles Pierre Francois Augerau)

 

Dopo Valenza iniziarono le grida di “Abbasso il tiranno”, le popolazioni della Provenza erano a lui molto ostili. Entrati in Avignone i commissari dovettero salvarlo da contadini armati di grosse sciabole che volevano tagliarlo a pezzi.

A Orgon un fantoccio intriso di sangue e fango, che lo raffigurava, fu eretto in mezzo alla strada, Napoleone fu aggredito e gli strapparono finanche la Legion d’Onore che teneva appuntata sul petto!

Il signor di Sciovaloff gli consigliò di mutar abito e così, indossata una lunga palandrana blu ed un cappello con la coccarda bianca, Napoleone si salvò dalla folla. Poi, alla locanda della Callade, egli fu viso piangere con la testa tra le mani, chissà quali pensieri affollavano la sua mente. Di nuovo, sia il colonnello Campbell che il signor di Sciovaloff, gli consigliarono di vestirsi con gli abiti del generale russo Koller, mentre un ufficiale indossava la sua palandrana grigia e il suo cappello tondo, così tra due ali di soldati essi riuscirono a fuggire…

Giunti nei pressi di Aix, la famiglia d’Isoard, vecchia amica dei Bonaparte, anche se realista, gli offrì un rifugio, ma Napoleone non volle accettarlo, si recò invece nel castello che era stato abitato da Paolina, sua sorella.

Intanto a Frejus, la fregata inglese “Intrepida” si apprestava ad imbarcarlo per condurlo all’isola d’Elba.

 

 

Il 28 aprile inizia il viaggio, il 3 maggio l’isola è avvistata, Napoleone, che l’ha già studiata sulle carte, prende il cannocchiale ed osserva quello che sarà sin d’ora il suo piccolo regno!

Il suo umore è buono, si intrattiene spesso a parlare con il capitano Usher, che parla correntemente il francese e ne loda la perizia nelle manovre.

Nel pomeriggio la nave attracca a Portoferraio e ne scende il generale Drout che va  a parlare con il governatore. Viene concordato che Napoleone scenderà il giorno dopo, alle 2 del pomeriggio.

 

(Antoine comte de Drout)

 

Ma prima, sempre nel pomeriggio del 3, Napoleone vuole vedere una villa che si trova sul porto, così scende dalla nave a va a visitarla.

Il pomeriggio del 4 l’Imperatore scende dalla nave e si reca, accompagnato dalle autorità dell’isola, nella cattedrale, dove viene cantato un Te Deum in suo onore.

Poi si reca nella sua dimora e riceve il Battaglione Sacro, formato da 400 uomini della sua Guardia.

 

(Lo stendardo della Guardia Imperiale)

 

Intanto in Francia la situazione peggiorava. Luigi XVIII si barcamenava tra finta restaurazione e vera conservazione dell’antico. I quadri e gli ufficiali restavano al loro posto, ma la Guardia veniva sostituita dai Moschettieri Neri e dalle Guardie del Corpo già in uso a corte. Invece della Costituzione, il re concedeva una Carta, solo il popolo respirava un poco per l’acquisita pace.

Ma, soprattutto nelle campagne, i decreti di polizia limitarono fortemente le autorizzazioni per i piccoli mercati, le riforme annunciate non ci furono, al governo furono messe sì persone capaci, come il maresciallo Soult alla guerra e Bourienne alle Poste, ma in effetti chi comandava era il favorito del re, Blacas, che faceva e disfaceva ministri!

 

 

Nel mese di ottobre, a Vienna, si apriva il Congresso a cui partecipava Talleyrand per cercare di inserire la Francia nella lotta per la spartizione dei territori dell’Impero napoleonico, anche se il Trattato di Chaumont, lo aveva fermamente escluso. Talleyrand affermò che quelle clausole si applicavano a Bonaparte, non ad un Borbone e … vinse!

Di giorno si parlava, di sera si ballava… partecipavano, re, imperatori, marescialli e … belle donne!

Talleyrand riuscì ad ottenere l’appoggio di lord Castlereagh, rappresentante dell’Inghilterra e di Metternich, tutti e due volevano limitare l’influenza della Russia in Europa. La Francia, ora, poteva partecipare a pieno diritto alla “sistemazione” dei territori europei. Infatti Talleyrand, per volere di Luigi XVIII, chiese subito la restituzione del regno di Napoli ad un Borbone, per il principio del patto di famiglia, già propugnato sia da Luigi XIV che da Luigi XV, per cui, sui troni di Francia, Spagna e Napoli, sedeva un Borbone! L’ebbe vinta anche questa volta, solo dovette attendere, infatti Murat, allora re di Napoli, aveva da poco stretto un patto di alleanza con l’Inghilterra e l’Austria, tradendo suo cognato Napoleone!

Indi provò ad allontanare Bonaparte dall’isola d’Elba, alle Azzorre od all’isola di S.Elena, ma lo zar Alessandro si oppose.

 

(Il Congresso di Vienna)

 

I membri della famiglia Bonaparte vengono ma se ne vanno tutti a mani vuote, compreso Eugenio. Solo per Maria Luigia ed il piccolo re di Roma si tratta, ma si è ancora in alto mare.

Il 3 febbraio del 1815 la Triplice Alleanza tra Inghilterra, Francia ed Austria prende forma con un trattato segreto difensivo che prevede l’armamento di 150.000 uomini per nazione, 120.000 di fanteria e 30.000 di cavalleria. A questi patti segreti si accorda anche il re di Sardegna.

Intanto in Francia la situazione politica peggiora, i realisti riescono ad eliminare i regicidi dalle Camere, i giacobini, con Fouchè alla testa, tentano di formare una reggenza con a  capo o il duca  d’Orleans o Eugenio de Beauharnais. Per Napoleone od i suoi successori neanche  a parlarne!

Talleyrand ottiene che Murat sia detronizzato, infatti il re di Napoli sta preparando un esercito che dovrebbe risalire l’Italia per riunificarla!

I realisti avevano impedito la concessione di un’amnistia e brindavano alla salute del re, esaltandosi ed eliminavano uomini come Cambaceres, Gregoire, Carnet, dalle Camere. Proprio Carnot insorgeva scrivendo un libello che fu diffuso in migliaia di copie. Il partito patriota, troppo odiosamente avverso a Napoleone, chiedeva che i Borboni rimanessero, ma chiedeva a Luigi XVIII una Costituzione sul modello inglese, che prevedesse la libertà di stampa e di riunione.

L’esercito era tutto per Napoleone, se si escludono i generali che avevano giurato al nuovo re e chiesto la Croce di S. Luigi o altre prebende, dal sottufficiale al colonnello, tutti erano ancora devoti all’Aquila, che custodivano in segreto, accanto alla coccarda tricolore!

Alcuni circoli sorgevano in Parigi, come quello di Marte, dove ex funzionari imperiali o funzionari ancora in servizio, ma sofferenti delle mutate condizioni di vita e dell’abbassamento del loro tenore, ahi com’è duro vivere peggio!, si riunivano sotto la familiare guida di madame Maret, oppure il circolo della duchessa di Saint Leu, Ortensia, la figlia di Giuseppina de Beauharnais, diffondevano la difesa ed il culto delle idee bonapartiste, se non proprio di quelle napoleoniche.

 

                                                                                                                         

                                                                                            (Eugene de Beauharnais)                                                         (Sua sorella Hortense)

 

Ortensia era stata tratta molto bene da Luigi XVIII, tanto che si mormorava le piacesse, infatti il re l’aveva fatta duchessa de Saint Leu, ducato trasmissibile anche a suo figlio.

Nell’orbita di Ortensia e di Giuseppina, da cui si recò financo lo zar Alessandro in visita prima che lei morisse, uscì fuori la celebre rivista di teatro e non, il “Nano Giallo”. Con essa si irrise alla restaurazione in tutti i modi, né la censura reale riuscì ad eliminarla!

Celebre la canzone di Beranger, pubblicata su di essa, “Il marchese di Carabasso”, che diceva così: “Cappello a basso, cappello a basso, gloria al marchese di Carabasso!”. Era una commiserazione della vecchia nobiltà e del vecchio regime!

I generali Lefebvre, Lallemand de Drouet e Desnouttes, ordirono una congiura militare, essa si appellava a Fouchè ed alle sue mire non ben precisate: mitigare la monarchia, cedere la corona al ramo d’Orleans o a Bernadotte od a Eugenio de Beauharnais, tutto andava bene!

La moglie di Lallemand aveva ottimi rapporti con le mogli di Junot, Ney e Maret, così i rapporti furono molto fitti. Il maresciallo Soult si accorse di questi strani movimenti e convocò il loro capo, il generale Excelmans, intimandogli di lasciare Parigi. Egli resiste e, sottoposto al giudizio di un Consiglio di Guerra, viene assolto! Le coccarde bianche della monarchia vengono calpestate!

Se il complotto era in parte bonapartista, l’esercito era tutto per Napoleone!

Corrieri, ufficiali sotto mentite spoglie facevano la spola tra Parigi e l’isola d’Elba, così l’Imperatore era al corrente di tutto ciò che accadeva nella capitale e del malcontento verso i Borboni. In una prima fase Napoleone si era dato ad abbellire l’isola e ad ingrandire la sua dimora, ora, conscio della brutta fine che gli riservavano l’Austria e Talleyrand, partiva alla riscossa e preparava il suo sbarco in Francia. Sua sorella Paolina e sua madre Letizia, che erano andate a trovarlo all’Elba, lo incoraggiavano.

Aveva saputo così ben dissimulare che il generale Keller, inviato dell’Austria se ne era ritornato indietro ed il colonnello inglese Campbell, suo guardiano, si trovava a Livorno per partecipare ad un ballo. Ma sembra che l’Inghilterra avesse optato per non vedere ciò che stava effettivamente accadendo, non condividendo le mire della Russia e delle altre potenze sul destino dell’Europa, forse gli faceva anche comodo che Napoleone ritornasse in Francia! Fatto sta che, come vedremo in seguito, la flotta inglese non riuscì a “prendere “ il fuggitivo Napoleone!

Certo è che tutta Portoferraio sapeva della partenza dell’Imperatore, e non poteva essere diversamente, quando 1.200 uomini stavano per imbarcarsi alla volta della Francia.

E’ dai primi gironi di febbraio del 1815 che fervevano i preparativi per la partenza, nessuno poteva ignorarli, e così Napoleone riuscì a sbarcare a S. Juan, vicino ad Antibes, il 1 marzo, alle 5 del pomeriggio (Vedi: “L’Elba”-n.d.a.).

 

 

Mentre le truppe sbarcavano, un drappello di 25 uomini si recò al forte di Antibes per cercare di farlo capitolare, ma gli uomini erano all’erta e chiusero gli ingressi e resistettero.

Ci s’incamminò alla volta di Grasse, era già le notte del 2 marzo, così, dopo poche ore si riprese il cammino per Castellane. Il 3 marzo giunsero a Baréme, si proseguì per Sisteron, già in alta montagna e si mandarono soldati per occupare il passo della Saulce.

 

 

Giunti a Gap si stamparono i proclami scritti a S. Juan e si provvide a diffonderli tra i contadini. Dalla guarnigione di Chambery, intanto, si era staccato il colonnello Huchet di Labédoyère, già frequentatore del salotto di Ortensia de Saint Leu e capo battaglione, che con i suoi uomini andava ad abbracciare l’Imperatore.

 

(La pietra tombale, al cimitero parigino di Père Lachaise, del colonnello Labédoyère)

 

Cambronne, recatosi a Grenoble, non riusciva a penetrare nella città e ne informava Napoleone.

L’Imperatore giunse a Grenoble di notte ed un falegname riuscì ad aprine la porta, il governatore ed il prefetto se l’erano già filata… Ebbe come segretario il signor de Champollion che collaborò alla stesura di vari proclami, il tono era quello di un repubblicano dell’89, Bonaparte si presentava non già come il monarca assoluto che era già stato, ma come un dittatore democratico!

La mattina del 5 marzo un dispaccio trasmesso per telegrafo, annunciava alla città di Lione lo sbarco e l’avanzata dell’Imperatore.

Il maresciallo Soult si comportò con lealtà fino a quando la situazione glielo permise! Inoltre:

- il conte d’Artois, fratello del re, ebbe l’ordine di partire per Lione per risvegliare la devozione  e la fede realista,

- il duca d’Orleans fu chiamato per raccogliere attorno a sé tutta l’opposizione bonapartista,

- il maresciallo Mac Donald per risvegliare i soldati dell’Armata,

- il duca d’Angouleme, figlio del conte d’Artois e marito di madame Royale, figlia di Luigi XVI, che si trovava a Bordeaux, fu inviato nel Mezzogiorno per levare una leva contro Bonaparte, mentre la moglie doveva sollevare la Vandea (!?!),

- il duca di Borbone, padre dl duca d’Enghien, anche lui fu inviato in Vandea, senonché, sia lui che la figlia di Luigi XVI, vivevano nell’odio e nel rimpianto, ma non erano in grado di fare proprio nulla!

 

 

 

 

- così il duca di Berry, figlio del duca d’Orleans, che presso l’Armata non aveva nessun credito!

Luigi XVIII confidava nei marescialli Ney e Mortier. Per quanto riguarda il primo, già la sua frase che avrebbe portato Napoleone al re “in una gabbia di ferro”, aveva dello sconcertante, ma sia che lui che il secondo, ormai pensavano solo a godere, data l’età, dei privilegi e degli agi raggiunti, in questo senso consideravano Napoleone un avventuriero che attentava alla loro tranquillità!

 

                                                                                                                                              

                                                                                                     (Ney)                                                                                               (Mortier)

 

Un altro circolo molto ostile a Bonaparte era quello di madame de Stael, con Benjamin Constant ed il duca de Broglie.

 

 

 

D’altro canto si cercò di licenziare dal governo quei ministri in ombra al popolo, come Montesquieu e Soult, al cui posto venne messo il maresciallo Mac Donald, duca di Taranto.

 

(Stemma di Mac Donald)

 

Ma torniamo al complotto dei generali, le truppe, inalberata la bandiera tricolore, dovevano marciare verso Parigi, ma poco dopo esse si sciolsero e furono respinte, i promotori processati, ma non condannati, perché le cose andarono per le lunghe! Intanto Lafayette manovrava per trovare un suo spazio, come al solito!

Intanto a Vienna si apprendeva che “la bestiaccia”, così veniva chiamato Napoleone, intascata dalla famiglia una grossa somma di denaro, era fuggito dall’Elba con alcune centinaia di soldati. La sua meta non era certa, alcuni indicavano il regno di Napoli, ma poi si seppe la verità. Immediatamente, era il 12 marzo, tutte le potenze alleate si riunirono per emettere il 13 un comunicato congiunto nel quale esse si dichiaravano sempre all’erta contro tutte le possibili turbative della pace europea, infatti sia i Russi che avevano le loro truppe in Polonia, che gli Austriaci che stanziavano in Moravia, erano pronti. Wellington si recò nei Paesi Basi per allertare le truppe inglesi, anche Vittorio Amedeo di Savoia fu allertato.

A Grenoble l’esercito, con in testa il reggimento di artiglieria La Fere, in cui aveva combattuto Bonaparte, accolse l’Imperatore. Ora, con 6.000 uomini, un parco di artiglieria ed una compagnia del Genio, egli poteva marciare su Lione!

I principi avevano già abbandonato la città e si erano diretti verso il Borbonese, Mac Donald, che aveva tentato inutilmente di tenere unito l’esercito, quando vide la mala parata, fuggì a Roanne. Napoleone potè così entrare liberamente in Lione ed andare ad alloggiare pomposamente nel palazzo dell’Arcivescovado.

Furono emessi 4 decreti:

-Il Primo aboliva la Camera ed indiceva le elezioni nel campo di Maggio,

-Il secondo intimava agli emigrati rimasti di lasciare la Francia,

-Il terzo aboliva la nobiltà, quella vecchia naturalmente, non la nuova creata da Napoleone,

-Il Quarto eliminava dall’Armata tutti gli ufficiali ex emigrati.

 

 

(Lione)

 

Ney si presentò a Napoleone e parlò male dei Borboni! L’Imperatore lo chiamò come l’aveva sempre chiamato: “il bravo dei bravi!”.

Da Auxerre, Napoleone attendeva con ansia i rapporti su Parigi. Si tentò di tutto per bloccare Napoleone, ma soprattutto per legare l’Armata ai destini dei Borboni. Le Camere si riunirono e mandarono un indirizzo al Paese, il re, accompagnato da tutti i Borboni presenti nella capitale indirizzò un proclama all’Armata, affermando che avrebbe perdonato “i soldati traviati e li avrebbe abbracciati come un tenero padre”, non vi nulla da fare, i soldati erano tutti per Napoleone e la Guardia Nazionale, composta da pochi giovani studentelli non avrebbe potuto fare nulla. Il 18 marzo il re fuggì prima ad Abbeville, poi a Lilla ed infine a Gand, dove si stabilì. Napoleone arrivò a Fontainebleau il 20 marzo e si comportò come se non si fosse mai allontanato dalla sua residenza!

Il palazzo delle Tuilieries era stato abbandonato, ma la bandiera bianca dei Borboni sventolava ancora, ci pensò il generale Excelmans a farla togliere ed a farla sostituire da quella tricolore.

Intanto l’Imperatore marciava su Parigi, aveva deciso di arrivare di sera, data la situazione mesta della capitale, il popolo non era allegro, pensava ancora alle tante guerre ed ai tanti morti causati da Napoleone. Dopo sette ore di una marcia lunga ed interrotta frequentemente da generali che baciavano le mani all’imperatore e da altre manifestazioni di affetto da parte dei soldati, egli giunse alle 8, 40 della sera al palazzo reale.

Nei saloni, le dame di corte, tutte agghindate, gli saltarono letteralmente al collo baciandolo in tutte le parti del corpo!

Dopo vari tentennamenti e rifiuti, fu varato il governo:

- a Fouché la Polizia,

- a Cambacérès la Giustizia,

- a Maret la segreteria di Stato,

- a Carnot l’Interno,

- a Caulaincourt gli Esteri,

- a Decrés la marina,

- a Gaudin le Finanze,

- a Mollien il Tesoro.

Il generale Savary, che era alla Polizia divenne comandante della Gendarmeria, Réal fu nominato Prefetto di Polizia e Bondy prefetto della Senna.

L’azione di Napoleone risultava molto limitata, il vero capo del governo era Fouchè che aveva saputo dilatare enormemente i suoi poteri, l’Imperatore era ormai in balia delle forze popolari e giacobine!

 

 

 

Ma l’Imperatore non era più quello di prima, invano avresti cercato in lui il giovane generale pronto a tutto che non si lasciava consigliare da nessuno!

Solo la Dittatura, a simiglianza di quella giacobina, avrebbe potuto salvare lui e la Francia!

Intanto la Guienna, la Linguadoca e la Provenza insorgevano, a Madame Royale si presentarono 15.000 Guardie Nazionali, già organizzate. Il marito, il duca d’Angouleme, si era recato a Marsiglia, anche là 12.000 Guardie Nazionali erano già pronte, ma l’errore consisteva proprio in ciò: cosa potevano questi giovani contro l’esercito di linea? Nulla!

Napoleone comprende bene che non si può permettere una guerra civile ed invia i seguenti generali.

- Grouchy nel Mezzogiorno,

 

(General Emmanuel Grouchy)

 

- Caluzel a Bordeaux,

- Travot e Lamarque in Vandea.

Clauzel, man mano che avanza vede i battaglioni passare dalla sua parte. Giunto a Bordeaux parlamenta con Martignac e comprende che la città non potrà resistergli. Intanto la principessa d’Angouleme ha tentato in tutti i modi di galvanizzare le truppe, ma esse non l’hanno seguita. Il 2 aprile parte su di una corvetta inglese, dalla darsena del fiume Gironda, salutata dal popolo che l’amava.

Il principe d’Angouleme avanza su Valenza, ma a Gap, l’altro fronte Sud, i battaglioni passano all’Imperatore, purtuttavia un piccolo successo dei realisti, come quello di Valenza, fa accorrere Grouchy: Napoleone teme che Lione possa essere conquistata.

Il duca d’Angoueleme dovette arrendersi, quando il suo fianco fu scoperto dal generale Ernouf che si era ritirato in Provenza e fu fatto prigioniero da Grouchy, ma Napoleone aveva data la sua parola che nessun Borbone sarebbe stato fatto prigioniero e così il duca fu liberato e potè fuggire in Spagna. Intanto il duca di Borbone era fuggito pure lui dalla Vandea.

A Parigi erano rimasti vari ambasciatori e Napoleone cominciò a tessere la sua tela, Caulaincourt fu incaricato di contattare l’ambasciatore austriaco, il generale Vincent, che però si disse solo pronto a parlare in privato con lui. Così anche l’ambasciatore russo. Il proclama del 13 marzo delle potenze alleate era intanto giunto a Parigi, Fouchè fece circolare la voce che fosse apocrifo, ma sia lui che l’Imperatore sapevano benissimo che era vero e che le potenze alleate non avrebbero minimamente tollerato la presenza di Napoleone sul suolo di Francia!

Egli indirizza una lettera a tutti i sovrani d’Europa, chiamandoli “Signor mio fratello”, queste lettere vengono anche inviate da Caulaincourt, nella sua qualità di Ministro degli Esteri, ma i capi di stato stranieri si rifiutano di riceverle: il proclama del 13 marzo ha ottenuto l’effetto di isolare Napoleone!

La famiglia Bonaparte fu scacciata, i bonapartisti scacciati dalla Germania, Eugenio costretto a rifugiarsi a Monaco, sotto stretta sorveglianza. Moutron fu inviato da Talleyrand per cercare di ammansirlo con promesse future e regali, ma il principe rifiutò ostinatamente. Allora si vide la collera di Napoleone che emise un decreto che disconosceva l’appartenenza alla Francia della delegazione esteri presso il Congresso di Vienna e cioè di Talleyrand, Montesquieu, del maresciallo Marmont, del duca Dalberg, di de Noilles e di tanti altri.

A Vienna, il 25 marzo, si tenne un’altra riunione dei delegati delle potenze alleate che confermarono l’ammassamento delle loro truppe e fecero capire chiaramente, se c’era ancora qualcuno che dubitava, che Napoleone sarebbe stato combattuto fino alla fine!

L’Europa contava 960.000 uomini in arme divisi in tre gruppi di Armate:

- la prima, quella dell’Alto Reno, era comandata dal generale Schwartzemberg,

- la seconda era quella del Basso Reno,

- veniva poi l’Armata anglo-belga, comandata dal duca di Wellington.

Ma qual’era la situazione in Francia, dopo il ritorno di Napoleone? Abbiamo già visto la differenza tra l’entusiasmo delirante dell’esercito e la calma mesta dei Parigini, ma entriamo più a fondo nell’animo degli abitanti della capitale e  vediamo che le classi ricche ed agiate, come i banchieri e gli industriali non vedono certamente di buon occhio il ritorno dell’Imperatore, essi infatti temono la guerra e così non fanno più affari, non intraprendono nuove imprese commerciali, la conseguenza è che la Borsa crolla! Diverso è l’atteggiamento del popolo dei sobborghi, operai che attendono sempre qualcosa da qualcuno e così loro sono dalla parte dell’Imperatore che sicuramente gli procurerà lavoro o con la fabbricazione delle armi o con quella delle strade e dei cantieri di costruzione, che già Napoleone aveva inaugurato durante il suo impero.

Fouchè, inoltre, cerca di cooptare Constant e Sismondi per la redazione di una nuova Costituzione, in realtà quello che egli vuole è annullare l’opposizione del circolo di Madame de Stael. Constant si è rifugiato nel Montmorency, ma Napoleone lo snida, invitandolo alle Tuileries, egli ci va e ascolta estasiato l’Imperatore.

 

                                                                                                                

           (Benjamin Constant)                                               (Jean Charles Léonard Simonde de Sismondi)

 

Constant ebbe l’incarico di Consigliere di Stato, intanto, da più parti, pervennero all’Imperatore ben 500 progetti di Costituzione!

Fouchè si mise a riorganizzare i faubourgs di St. Antoine e di St. Marcel, dove fu tolta la leva di ben 15.000 Guardie Nazionali, ma i realisti non se ne stavano con le mani in mano. In Vandea, nel Bordolese ed in Provenza, nascevano le Compagnie Franche, in cui i contadini, sotto il comando dei gentiluomini devoti al re, si organizzavano sotto la coccarda bianca. Lainè lanciava un proclama in cui si diceva realista fino alla morte. Un giovane consigliere di belle speranze, Decazes, si dava da fare, tanto da avere, al ritorno di Luigi XVIII, la prefettura di polizia a Parigi.

Si organizzava la cosiddetta “Frazione liberale dei realisti”, composta da Royer-Collard, Becquey, Guizot, Pasquier. Essi si ripromettevano, una volta tornati i Borboni, di ottenere una Costituzione sul modello inglese.

 

                                                                                                            

                                                                             (Etienne-Denis Pasquier)                                                                       (Francois Guizot)

 

Intanto era ritornato Luciano, fratello dell’Imperatore. Dopo aver girovagato per l’Inghilterra ed essersi recato a Roma, dove il Papa l’aveva nominato principe di Canino, era ritornato a Parigi, sotto le mentite spoglie del Nunzio papale.

 

(Lucien Bonaparte)

 

I due fratelli si abbracciarono e Luciano ricevette la nomina a Presidente del nuovo Corpo Legislativo.

Napoleone aveva ben compreso l’inutilità dei rapporti diplomatici con le potenze europee, così si diede a riorganizzare l’esercito, potendo contare, nella sfilata del 1 giugno 1815, su 250.000 uomini:

- 105 reggimenti, di cui 4 della Guardia e 4 di Svizzeri,

- 28.000 uomini di cavalleria,

- 16.000 di artiglieria,

pochi rispetto alla marea di uomini delle potenze alleate, tanti per uno che era appena tornato…!

Rincuorò il morale delle truppe con proclami, fece ritornare al comando numerosi ufficiali e sottoufficiali già pensionati, creò 30 nuovi battaglioni di artiglieria e 20 nuovi reggimenti della Guardia Giovine e 20 di marina. Furono aperte nuove officine nella piana di Grenelle, là dove si era già lavorato durante la Rivoluzione, furono attivate fonderie, gli equipaggiamenti ed i cavalli furono tratti da tutti i posti da dove si potevano prendere.

Fouchè continuava a lavorare per un Federazione e gli operai dei faubourgs ricevevano la visita dell’Imperatore che li lodava, ma in cuor suo diffidava di loro, perché troppo straccioni e troppo democratici!

Si pensò a rinforzare le barriere a Montmartre come a Chaumont, Carnot prese a riorganizzare la Guardia Nazionale su tutto il suolo di Francia, solo 100 battaglioni, a fronte dei 3.800 vagheggiati da lui furono pronti, ma fu sempre un bel risultato. Solo che Napoleone li intendeva come aggiunti ai reggimenti di linea, mentre lui li costituiva nella speranza che un giorno facessero da freno alla sfrenata ambizione dell’Imperatore.

 

                                                                         

                                                                      (Montmartre: eglise e Tour du telegraph)                (Montmartre: barriere e tour du telegraph)

 

A capo della Guardia Nazionale di Parigi, Carnot pose Rousselin-Saint Albin, vecchio amico di Camillo Desmoulin e di Danton.

Si propose a Luciano di diventare ministro dell’Interno al posto di Carnot, intanto si complicava la questione finanziaria, poiché  le banche non volevano concedere prestiti.

Due scuole di pensiero procedevano ai lavori della novella Costituzione:

- la prima seguiva i fautori del 1791 ed era contraria all’Imperatore ed alla sua visione personalistica della cosa pubblica,

- la seconda era favorevole all’Imperatore, veniva chiamata imperialistica ed affermava la discendenza divina dell’Impero e ne riconosceva l’ereditarietà.

I lavori della Commissione progredivano, tanto che all’Imperatore fu presentata una prima bozza in senso democratico, Napoleone la respinse, ritenendo che i principi del ’91 sarebbero stati forieri di disordine e di anarchia.

Quello che fu invece adottato fu l’Atto Addizionale, in pratica la Carta già adottata da Luigi XVIII, con qualche restrizione. Il lavoro era frutto dell’opera di Constant e di Sismondi. Ci furono molte critiche ad iniziare dal Preambolo, in cui Napoleone affermava che aveva perfezionato tutte le forme costituzionali adottate in Francia, era pura menzogna!

Furono istituite due Camere:

- quella dei Pari, ereditaria, in cui sedevano di diritto tutti i membri della famiglia Bonaparte,

- quella dei Rappresentanti, con 629 deputati. Gli eleggibili erano i cittadini di 25 anni, le industrie  e le manifatture avevano particolari rappresentanti.

L’introduzione della confisca, con la quale lo Stato diventava proprietario di tutti i beni di un cittadino era particolarmente negativa, poiché poneva, alla pari dei cittadini della Roma imperiale, sotto il potere assoluto di Napoleone, i suoi nemici!

Inoltre il voto era palese, dovevasi infatti votare presso i notai o nelle prefetture.

Un’altra clausola fu particolarmente avversata e cioè quella che i Francesi non avrebbero potuto richiamare più i Borboni!

Fouchè comprese che Napoleone era finito e cominciò a manovrare per affrettarne la scomparsa, il bretone conte di Kergorlay, scrisse un famoso editto con il quale si diceva pronto ad affrontare la spada del tiranno!In particolare era contrario al voto dell’esercito, secondo lui le truppe dovevano ubbidire, non votare!

 

 

(Chateau de Canisy-Kergorlay)

 

Carnot scrisse all’Imperatore chiedendogli di promulgare due Decreti con i quali si abolivano le parole Monsignore e Suddito ed un altro col quale ci si impegnava a modificare, da parte delle Camere, la novella Costituzione.

Il lavoro “sporco” fu fatto dai prefetti che scelsero gli elettori, in alcuni collegi solo 5 elettori elessero i loro deputati ed i candidati. Il risultato fu che a Parigi andarono persone mediocri che non ebbero buona accoglienza da parte di Napoleone.

In Inghilterra fu steso un Memorandum, in cui il principe Reggente spiegava agli Inglesi il perché del protrarsi della guerra, la causa era Bonaparte e non i Francesi, questo memorandum fu fatto circolare in Europa ed ebbe calda accoglienza da parte di tutte le potenze alleate.

Bernadotte occupava la Norvegia e Murat, che si era recato nelle Legazioni Pontificie per risalire l’Italia, era sconfitto dagli Austriaci, questo liberava 80.000 uomini per la guerra a Napoleone.

Ferdinando VII, dal suo rifugio spagnolo, ritornava, dopo dieci anni di esilio, a Napoli. L’esercito del re di Sardegna occupava, intanto, Monaco e quello spagnolo si dislocava sui Pirenei.

A Gand, Luigi XVIII teneva corte ed aveva contati con tutta l’Europa, i suoi Ministri erano Chateubriand e Lally-Tollendal, le cui penne contribuirono molto, dalle colonne del giornale Il Monitore Reale, a dare un quadro favorevole delle cose di Francia e soprattutto dei Borboni, che evidentemente si legittimavano, agli occhi di tutta l’Europa, per una prossima restaurazione in Francia. La cosa più importante è che la corte di Gand ebbe la visita di tutti i plenipotenziari delle potenze europee, implicito riconoscimento ad un loro prossimo ritorno sul trono.

Fouchè, compreso che l’Europa era per un ritorno dei Borboni, abbandonò tosto le altre possibilità ed inviò a Gand un suo emissario, Gaillard, antico amico dei tempi dell’Oratorio: egli chiedeva per sé il Dicastero della Polizia e quello degli Esteri!

Guizot, ex segretario generale di Montesquieu, fu ricevuto anche lui dal re più volte, egli, come rappresentante del partito costituzionalista, chiese al sovrano la cacciata di Blacas ed un futuro governo più mite, Luigi XVIII si disse d’accordo e scelse, come “ritiro” del duca di Blacas, suo favorito, l’Ambasciata di Roma.

 

(Chateau d’Ussé-Blacas)

 

Talleyrand, tramite il suo amico, il signore di Rayneval, chiese la Presidenza del Consiglio e l’ottenne…!

Intanto nella Vandea ritornava il signore di Rochejaqueleine. Egli aveva l’appoggio dell’ammiraglio inglese Hotham che lo riforniva di armi e munizioni, con frequenti sbarchi sulla costa francese. Altri capi vennero a raccolta, come il marchese d’Autichamp e Suzannet. Ma la discordia era tra loro per chi dovesse avere il comando supremo. La Rochejaqueleine lo pretendeva, in ciò s’insinuò Fouchè che fece comprendere loro che oramai Napoleone era finito, e a che pro i Vandeani dovevano morire se Luigi XVIII stava per tornare? Tranne La Rochejaqueleine, tutti abbandonarono la partita. Alla Croce del Vico le truppe imperiali al comando dei generali Lamarque e Travot sconfissero i realisti ed uccisero la Rochejaqueleine: la guerra civile in Vandea era terminata!

 

 

Altre mini rivolte si ebbero a Bordeaux e nel Mezzogiorno, ma nel complesso furono tutte acquietate, in modo che le forze degli eserciti colà dislocate poterono essere distolte per la grande battaglia che si preannunciava nel Belgio.

Fouché sapeva benissimo che Marsiglia era contraria all’Imperatore, perciò la fece occupare militarmente dal maresciallo Brune. I berretti rossi della rivoluzione francese si rividero all’opera in città. La sede del governo fu fissata nei forti S. Nicolò e S. Giovanni.

 

                                                                                               

                                                                                     (Fort St. Nicolas)                                                                   (Fort St. Jean)

 

Il 1 Giugno si aprirono le elezioni del Campo di Maggio, naturalmente ai Campi di Marte. Si doveva votare la nuova Costituzione, all’uopo erano i presenti i deputati neo eletti. Al centro del campo vi era l’altare, su cui un cardinale e tre vescovi celebrarono la messa, ed il palco imperiale. Quale delusione per i patrioti convenuti vedere che Napoleone era ancora vestito della porpora imperiale, così tutta la sua famiglia! Cambacéres lesse i voti, 200.000 si contro 3.000 no, contando, non si sa come, l’esercito e le altre corporazioni!

Poi Napoleone giurò sul Vangelo di rispettarla e pronunciò un Concione a mo' di discorso.

Intanto si aprivano i lavori della Camera dei Rappresentanti, l’elezione a Presidente di Luciano Bonaparte fu ampiamente contestata, così gli imperialisti ripiegarono su Lanijunais, per evitare che fosse eletto Lafayette, inviso all’Imperatore.

La Camera dei Pari fu affollata di marescialli (Massena, Jourdan, Lefebvre, Soult, Davoust, Grouchy, Ney), dei fratelli dell’Imperatore, tra cui il ripescato Luciano e di altri uomini, più o meno illustri, come Monge, ecc.. e di ex giacobini, come Fouché, Thibadeau, Barére, ecc…

Napoleone partiva per il fronte, aveva già scambiato delle idee con Carnot, che era per la difensiva, ma l’Imperatore sapeva che questo era un errore, innanzitutto si mortificava lo spirito guerriero del soldato francese, poi le piazzeforti in grado di resistere erano poche, infine se era vero che le potenze alleate non erano in grado se non dal 1 luglio di prendere l’offensiva, era evidente che occorreva anticiparle, scatenando la Francia per prima l’offensiva!

Napoleone si riservò per se il comando della Grande Armata, forte di circa 125.000 uomini, Soult era il suo comandante in seconda, altre piccole Armate, composte per lo più da 2 o 3 divisioni, erano quella del Reno, quella delle Alpi ed un corpo d’Armata di Conservazione a Befort. Ma la cosa più preoccupante e che faceva la differenza con le altre campagne dell’Imperatore era lo stato d’animo dei suoi generali. Adesso essi erano rassegnati, il loro motto era “Vincere o morire”, così non potevano davvero andare da nessuna parte!

A Parigi egli aveva lasciato il governo in mano ai fratelli e ad alcuni capi, come Fouchè e Carnot.

Intanto il duca di Wellington posizionava i suoi uomini. Le Armate alleate erano tre:

-quella anglo-belga, appoggiata anche da truppe olandesi,

-quella russo-prussiana,

-quella austriaca.

I piani di Napoleone, ora, erano ben conosciuti, l’Imperatore aveva l’abitudine di dividere gli avversari e di batterli uno ad uno, così gli alleati decisero che se un esercito fosse stato attaccato dai Francesi, avrebbe ripiegato, dopo aver resistito alquanto ed un secondo esercito sarebbe accorso sui fianchi dell’esercito francese e l’avrebbe sconfitto!

Nel campo francese iniziavano le diserzioni, come quella del generale conte di Bourmont.

 

                                                                                                                                               

                                                                                   (General Bourmont)                                                                      (Il suo stemma)

 

Napoleone attacca i Prussiani, confidando che essi possano essere battuti e separati così dagli Inglesi, che affronterà dopo. A Ligny, dopo alterne vicende, l’Imperatore sconfigge i Prussiani di Zeiten, che si ritirano. Napoleone crede erroneamente di averli sconfitti totalmente, in realtà essi stanno solo ripiegando!

Napoleone chiede a Ney di recarsi all’importante avamposto delle Quattro Braccia, perché lì può separare le forze inglesi da quelle prussiane, ma il maresciallo, motivando il ritardo con cui è giunto al suo corpo d’Armata ed il ritardo anche degli ordini dell’Imperatore, vi giunge troppo tardi: Wellington ha già preso posizione con forze preponderanti, avvertito da Blucher che a sua volta è stato avvisato da Zeiten. A tavolino, e poi con esplorazione sui luoghi, il comandante inglese aveva già deciso il luogo della battaglia, si trova tra il monte S. Giovanni ed il villaggio di Waterloo, punto saldo è la cosiddetta fattoria della Siepe Santa, che sarà teatro di scontri sanguinosi tra i vari eserciti.

 

(Il muro esterno della fattoria con le feritoie)

 

Ney, anche se con ritardo, attacca finalmente le Quattro Braccia, ma gli Inglesi, rafforzati dagli Scozzesi e dagli Ussari tedeschi, resistono mirabilmente, è questa la tattica di Wellington, resistere per attendere le truppe prussiane fresche di Bulow e di Blucher.

La giornata termina quindi con la vittoria francese a Ligny e con lo stabilizzarsi dell’esercito inglese alle Quattro Braccia che ha resistito egregiamente agli attacchi di Ney.

E’ la notte tra il 17 ed il 18 giugno, piove a dirotto, la cavalleria francese arranca, ma il giorno dopo, storica data della battaglia di Waterloo, un timido sole compare. Napoleone fa colazione alle 8, detta a mille aiutanti di campo le sue direttive che vengono portate a tutti i reparti. Alle 11 di mattina uno splendido spettacolo compare alla vista di Wellington. L’esercito francese, rilucente di corazze si sta schierando. L’aria risuona delle musiche della Marsigliese, del Canto della Partenza ed i tamburi rullano, perfino l’indurito comandante inglese prova un brivido di emozione!

Ney attacca a più riprese,ma viene rintuzzato dalla cavalleria inglese, la Giovane Guardia compie prodigi di valore, ma compare Bulow che attacca con tutte le sue forze il fianco delle truppe francesi, ma sopraggiunge anche Zeiten che Napoleone credeva sconfitto per sempre, le truppe dell’Imperatore sono prese tra più fuochi, la Siepe Santa che era stata presa poco prima da Ney, cade ancora una volta in mani alleate, i Francesi sono alla sbando e gridano “Si salvi chi può”, Wellington approfitta per l’ultima carica di cavalleria, è allora che la Vecchia Guardia fa quadrato per difendere gli ultimi sopravissuti, Napoleone vorrebbe comandarla, ma poi segue il consiglio di Soult e va via, per non peggiorare ancora di più, se possibile, la situazione!

 

 

(Battaglia di Waterloo)

 

Mentre a Parigi, dove era arrivata la notizia di Waterloo, si gridava “Abbasso l’Imperatore, viva i Borboni”, Napoleone, giunto a Filippeville, diramava i primi ordini ai suoi generali, cercando di resistere davanti a Parigi, dove concentrava le sue truppe. Poi scriveva, da Charleroi, al fratello Giuseppe, due lettere, una che doveva rendere pubblica, l’altra, privata, in cui comunque si diceva ottimista ed in grado, con le truppe ancora a sua disposizione, di respingere il nemico.

Giunti a Rocroi, luogo della celebre vittoria del Condé, i suoi generali, gli dissero di recarsi immediatamente a Parigi, se voleva evitare una sua defenestrazione!

Il 20 sera Napoleone arrivava all’Eliseo, dopo poche ore Fouchè apprendeva della disfatta. Si mise subito in moto, da lunga amicizia era stretto con Wellington, così lo interrogò sul destino della Francia, ed il comandante inglese gli fece sapere essere la volontà dell’Inghilterra ristabilirsi sul trono la famiglia dei Borboni, Fouchè capì ed agì di conseguenza.

 

(Palais de l’Elysée)

 

Intanto che Napoleone ritesseva la tela dei rapporti col Parlamento, i deputati, con a capo Lafayette votavano l’intangibilità della Camera e si sedevano in permanenza. Contemporaneamente veniva riorganizzata la Guardia Nazionale parigina che veniva posta sotto il diretto controllo del Parlamento, era per così dire uno schiaffo all’Imperatore!

Dopo un lungo tira e molla Napoleone fu costretto all’abdicazione, oramai la Camera gli aveva data una sola ora per decidere, altrimenti sarebbe stata votata la sua decadenza: Napoleone II era nominato Imperatore, ma le potenze alleate volevano altrimenti!

Per controbilanciare l’offensiva anglo-prussiana, che proseguiva verso Parigi, gli Austriaci ed i Russi fecero marciare i loro eserciti, ma Luigi XVIII non stava a guardare. Per porre una grossa ipoteca sul suo ritorno a Parigi e per evitare una nuova occupazione militare della Francia, il re passò la frontiera e si stabilì a Chateau-Cambresis. Dapprima indirizzò ai Francesi un disgraziato proclama che parlava di “punizione per i colpevoli”, poi una dichiarazione più sfumata fece capire che Luigi XVIII si sarebbe comportato in maniera meno aggressiva e che se di punizione si sarebbe trattato, esse sarebbero state molto circoscritte!

Fu nominata una Commissione provvisoria di governo con 5 membri: 3 della Camera dei Rappresentanti: Carnot, Fouché ed il generale Grenier e due della Camera dei Pari: Caulaincourt e Quinet. Il compito di questa Commissione era, oltre al governo provvisorio, naturalmente, di inviare una deputazione presso i generalissimi per chiedere una Tregua. Della deputazione, costituita da 5 membri, facevano parte: Lafayette, Sebastiani, d’Argenson, Pontecoulant e Constant.

Per il governo furono scelti come ministri persone di secondo piano, e cioè:

- agli Esteri, Bignon,

- all’Interno, il fratello di Carnot, Carnot Feulius,

- alla Giustizia il signor Boulay de La Meurthe,

- alla Polizia, Pelet dE la Loziére,

furono poi conservati ministri come Davoust, Gaudin ecc… infine, come segretario di Stato fu nominato il generale Berthier.

I plenipotenziari non ottennero nulla, poichè le pretese dei generali alleati erano troppe, come ad esempio la concessione di 7 piazzeforti!

Intanto Napoleone si allontana dall’Eliseo per rifugiarsi nella sua antica villa della Malmaison, dove aveva trascorso giorni felici assieme a Giuseppina, A riceverlo trovò la figlia di lei, Ortensia, ma la sua vita presso la Malmaison fu tragica, infatti egli subì financo l’aggressione di alcuni generali corsi da lui per avere il soldo non pagato!

 

(La Malmaison)

 

 

l 29 giugno alle 5 della sera, Napoleone partiva dalla Malmaison: gli alleati avevano preteso il suo allontanamento ed il Governo provvisorio respirava…

Mentre Napoleone si dirigeva a Rochefort, altri Commissari venivano inviati dai generalissimi alleati per richiedere, ancora una volta, una Tregua di 5 giorni e per sondare quale governo piacesse loro, in particolare che cosa pensavano del duca d’Orleans, gradito a Fouchè ed alla fazione repubblicana. I Commissari, sia all’andata che al ritorno dovettero superare, non senza qualche difficoltà, i federati che, avvinazzati, presidiavano le barriere della capitale.

Wellington disse loro chiaramente che solo i Borboni potevano garantire la pace, ma sulla tregua si defilò e non concesse nulla. Fu così che la Commissione decise la difesa ad oltranza, furono edificati fortini in tutte le zone collinari, l’esercito di linea doveva difendere la capitale e la Guardia Nazionale si doveva occupare dell’ordine pubblico, ma la città era mesta.

Intanto iniziavano i colloqui con Vitrolles, inviato di Luigi XVIII, custodito nel forte di Vincennes, egli fu liberato e messo in contatto con Fouchè.

Gli eserciti alleati erano ormai quasi a Parigi, essendo gli inglesi a Versailles ed i Prussiani a Melun, così si cominciò a parlare di capitolazione. Furono convocati due Consigli di guerra, e nell’ultimo, tenuto il 2 luglio a La Villette, sobborgo parigino e sede del comando generale, si stabilì che la capitale era indifendibile. Con trattative tra Wellington ed il solito Fouchè si firmo, al ponte de Neully, l’atto di capitolazione, che Fouchè cambiò col nome di Convenzione di Parigi, la Camera non ne volle sapere e così consegnò la città in mano alle truppe straniere che entrarono in Parigi con le micce accese accanto ai cannoni.

Per effetto della capitolazione l’esercito si ritirò al di là della Loira, mentre nella capitale l’ordine pubblico era di competenza della Guardia Nazionale.

Intanto Luigi XVIII nominava ad Arnouville il suo governo, che poi aveva già avuto l’approvazione di Wellington, e cioè:

- Talleyrand era il primo ministro,

- Fouchè alla Polizia,

- Pasquier alla giustizia,

- Pozzo di Borgo all’Interno,

- la Guerra al maresciallo Gouvion-Saint-Cyr.

 

(Laurent Gouvion-Saint Cyr)

 

Gli Inglesi stanziarono a Boulogne, i Prussiani lungo le rive della Senna e nelle pubbliche piazze.

Luigi XVIII dovette tollerare, almeno fino al 15 luglio, questa odiosa presenza, poi arrivarono i sovrani europei e le cose cambiarono, infatti furono restituite innanzitutto le opere d’arte requisite dai Prussiani.

Intanto Napoleone era giunto nell’isola di Aix. Salito sul Bellerofonte era certo di navigare verso l’America, ma fu condotto in Inghilterra dove l’Ammiragliato gli notificò la sua partenza per l’isola di S. Elena.

 

(Napoleone sul Bellerephon)

 

Egli scrisse una lettera al principe reggente per avere ospitalità sul suolo inglese, ma gli venne ancora notificata la partenza per l’isola. Così, accompagnato da un piccolo seguito, tra cui i generali Savary e Lallemand, il signor de Montholon e Las Cases, si imbarcò sul Northumberland.

 

 

 

Ma le cose non andarono così bene, i sovrani europei avevano avuto la lezione dei Cento Giorni e volevano che la Francia, che aveva consentito a Napoleone di ritornare e di fare quei guasti che aveva fatto, di pagare, e così:

- furono compilate liste di proscrizione con circa 200 nomi, i più fortunati come Soult ebbero tre giorni per lasciare Parigi, quelli meno, come Labedoyére e Ney furono processati e fucilati,

- la Francia doveva pagare a tutta l’Europa, circa 726 milioni.

Talleyrand dovette lasciare il governo per insistenza dello Zar Alessandro, al suo posto fu nominato il duca de Richelieu, a cui fu dato l’arduo compito di firmare il trattato di Parigi nel novembre del 1815.

INDICE